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Lavoro: le competenze digitali stanno trasformando l’Italia

01net - 7 giugno, 2018 - 09:36

Gli effetti della digitalizzazione vanno oltre la creazione di nuove professioni: il peso delle competenze digitali cresce in tutte le aree aziendali di tutti i settori con un’incidenza media del 13,8% e con punte che sfiorano il 63% per le competenze digitali specialistiche nelle aree centrali dell’ Industria e il 41% nei Servizi. La sfida ora è soddisfare la domanda che arriva dal mercato, sia rinnovando i percorsi scolastici ed universitari, sia riconvertendo gli skill.

Sono le considerazioni che emergono dalla quarta edizione Osservatorio delle Competenze Digitali 2018, condotto da Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia, in collaborazione con Miur e Agid.

Non basta più guardare al gap di specialisti ICT, quindi: ora bisogna anche guardare alla capacità di rispondere alla crescente domanda di competenze digitali nelle professioni tradizionali.

In tutti i settori e in tutte le funzioni aziendali, posizioni più avanzate richiedono competenze digitali, non per creare applicazioni o gestire sistemi, ma per servirsene con efficacia: per comunicare, vendere, produrre, amministrare, gestire il personale, e così via.

Alla sfida di investire nelle competenze specialistiche, si aggiungono così quelle di adeguare i percorsi formativi e sostenere l’aggiornamento digitale di milioni di lavoratori attraverso la formazione continua.

L’Osservatorio delle Competenze Digitali ha esteso l’osservazione alle professioni non informatiche, in cui si colloca il grosso degli occupati e dei candidati all’assunzione.

Ricerca di competenze sui big data

L’osservazione si è avvalsa di big data contenuti in 540 mila ricerche di personale via Web per 239 figure professionali avvenute nel 2017, e di ulteriori rilevazioni e focus group per i settori dell’Industria, del Commercio e dei Servizi, con particolare riferimento alla manifattura della meccanica e del fashion, al piccolo commercio al dettaglio della moda, all’hospitality (alberghi- ristorazione) e al settore pubblico.

Il peso delle competenze digitali (DSR-Digital Skill Rate) nei diversi mestieri continua a crescere e una componente imprescindibile delle professioni non informatiche, sia per le attività caratteristiche dell’azienda  che per quelle di supporto e sanagement.

È nell’Industria che il fenomeno è più evidente: il DSR va dal 20% medio per le professioni di Supporto e Management al 17% medio per le figure Core, con punte più elevate nella produzione, progettazione, ricerca e sviluppo, nel marketing e nella gestione delle risorse umane.

Rispetto al 2014, nel 2017 si è riscontrato un incremento del DSR del 4% per le professioni dell’area di Supporto e Management e del 2% per quelle dell’area Core.

Un andamento simile, seppure meno marcato, è nei settori dei Servizi e del Commercio. Nei Servizi, il DSR medio va dal 14% per le figure di Supporto e Management al 13% per le figure professionali Core, ove il DSR è cresciuto del 3% dal 2014 al 2017. Nel Commercio, l’indicatore presenta valori medi del 13% per le figure di Supporto a Management e del 12% per quelle Core.

Competenze digitali avanzate

L’osservazione si è estesa anche ai diversi tipi di competenze digitali richieste: Applicate (capacità di usare strumenti e software nei processi operativi e decisionali), Tecniche ICT (vicine alle specialistiche, su soluzioni e piattaforme tecnologiche), di Base (per l’uso quotidiano di strumenti informatici) e di Brokeraggio Informativo (utilizzo di strumenti informatici per lo scambio di informazioni e la comunicazione). Significative le differenze riscontrate nei diversi settori.

Gli skill digitali di Base pesano per il 41% nell’Industria, il 49% nei Servizi e il 54% nel Commercio; gli Applicativi per il 40% nell’Industria, il 25% nei Servizi e il 21% nel Commercio; quelli di Brokeraggio per il 12% nell’Industria, il 16% nei Servizi e il 20% nel Commercio; quelli Tecnici ICT per il 7% nell’industria, il 10% nei Servizi e il 4% del Commercio. Separando gli skill di Base dagli altri, definiti come skill avanzati, si nota come la domanda di skill di base prevalga solo nel Commercio, mentre nell’Industria e nei Servizi prevalgono gli skill avanzati, visti come fattori di una più evoluta professionalità. E questo si accentua per le attività più tipiche dell’azienda (Core) ove la rilevanza media degli skill avanzati sale al 63% nell’industria e al 41% nei Servizi.

Soft skill digitali

Si è riscontrata una forte correlazione tra skill digitali e soft skill, e cioè quelle abilità trasversali un po’ a tutti mestieri che connotano comunque una più evoluta professionalità: apertura al cambiamento, conoscenza dell’inglese, problem solving, team working, pensiero creativo, capacità di parlare in pubblico, di gestire il tempo e di comunicare con i clienti. La presenza di soft skill è infatti uguale o maggiore rispetto alla media di settore nelle professioni con DSR più elevato, con rispettivamente 35% nel Commercio, 36% nei Servizi e 35% nell’Industria.

Il percorso verso una maggiore consapevolezza dell’impatto del digitale sul valore del business non è ancora completato in diversi ambienti del management italiano, per motivi di ordine anagrafico, legislativo o semplicemente culturale. Ne risulta che è ancora troppo elevata la quota di aziende ed enti in cui la transizione al digitale è ancora a un livello troppo basso nella scala delle priorità strategiche rispetto all’effettiva urgenza, malgrado la quota crescente di competenze digitali richieste nelle funzioni direttive e manageriali.

Un ulteriore analisi ha riguardato cinque settori specifici – Industria Meccanica, Industria della Moda, Dettaglio Moda, Hospitality, Settore Pubblico – a riguardo delle necessità e delle tendenze a reperire o formare competenze digitali.

Nell’Industria Meccanica, ove l’indice medio di pervasività del digitale (DSR) nelle professioni è del 26%, cresce la necessità di competenze digitali nelle Direzioni. La funzione del Personale, anche in ottica Industria 4.0, è sfidata a sostenere la ricerca e la formazione di competenze in linea con l’innovazione digitale, a diffondere la cultura digitale in tutte le aree e modernizzare l’approccio alla ricerca e ritenzione dei talenti anche puntando sui canali Web e sull’immagine.

Nell’Industria della Moda, ove l’indice DSR è mediamente più basso, si chiedono competenze digitali per le figure a più elevata professionalizzazione (nel 59% dei casi). Il reperimento, il mantenimento e la conversione al digitale avviene nei modi più diversi, dalla formazione strutturata al training on the job, ma per un numero limitato di figure, poiché il problema del settore oggi è quello della forte carenza di figure base per le attività di fabbrica.

Nel Piccolo Dettaglio Moda (meno di 10 addetti) prevale la ricerca di competenze digitali attraverso contratti part-time e, soprattutto, consulenze esterne. Tuttavia, nelle realtà più avanzate, che spesso fanno capo a manager giovani, l’attitudine al digitale è una marcia in più per contribuire al successo dell’impresa, e si creano posizioni e percorsi per le risorse da avviare all’attività di gestione del sito web del negozio, dei social, della vendita on-line.

Nell’Hospitality, e soprattutto nel settore alberghiero, digitale è percepito come una necessità irrinunciabile, discriminante fondamentale nella selezione naturale del settore, che opera sempre più su piattaforme on- line. Anche in questo caso, le competenze digitali evolute sono spesso incluse in servizi esterni o consulenze. Tuttavia, le competenze legate all’uso e alla comprensione delle potenzialità del digitale sono richieste per più della metà delle figure manageriali, che sono anche quelle su cui si concentrano formazione e politiche di ritenzione.

Nel Settore Pubblico si è guardato sia agli Enti che alle Società IT in House (di Regioni, Province Autonome ed Enti Locali). L’evoluzione digitale attuata sta sollecitando sia gli Enti che le Società IT in House ad adeguare gli skill tecnologici e manageriali già presenti e a curare i meccanismi di attrazione e ritenzione dei talenti. La dirigenza è l’ambito professionale in cui è più richiesta la disponibilità di competenze digitali. Il reperimento di competenze poggia principalmente sulla riconversione al digitale degli addetti già attivi nelle strutture. La criticità maggiore è il blocco del turn-over all’interno del settore pubblico e l’impossibilità, stanti gli attuali vincoli normativi, ad offrire condizioni retributive ai giovani talenti digital che siano competitive con quelle di mercato.

Dove e come intervenire

Tutte le evidenze dello studio portano a vedere il digitale come componente indispensabile e sempre più importante in tutti i mestieri, nuovi e di sempre. È dunque importante che tutti possano adeguare e arricchire il portafoglio di conoscenze e competenze, così come anche è importante che le aziende possano reperire profili sempre più aggiornati in chiave digitale. A questo riguardo, L’Osservatorio ha identificato almeno quattro ambiti su cui impostare nuove iniziative e rafforzare quelle già esistenti:
rinnovare i percorsi di formazione in ottica digitale a tutti i livelli: dalla scuola secondaria all’università, dalla riconversione professionale alla formazione del management;
ridurre l’eterogeneità nella domanda di competenze digitali nelle professioni, a livello settoriale, funzionale o territoriale;
sostenere la piena valorizzazione delle opportunità di lavoro legate a competenze digitali non specialistiche, anche nei settori non tecnologici;
spingere le capacità di e-Leadership e change management nei ruoli dirigenziali e in tutte le imprese, perché è il management che deve stimolare l’innovazione.

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Perugina e Barilla, blockchain per il made in Italy

01net - 7 giugno, 2018 - 09:26

Il tracciamento della produzione sembra essere uno degli ambiti applicativi più adatti per lo sviluppo di blockchain al di fuori del classico mondo delle valute virtuali.

Succede anche in Italia dove Perugina, oggi controllats da Nestlé, e Barilla stanno adottando la nuova tecnologia.

Nel caso della fabbrica del famoso Bacio, il cioccolatino è sempre sotto controllo e quando esce dalla fabbrica viene seguito nel suo viaggio sui mercati esteri. In questo modo la società assicura al consumatore che quello è il vero Bacio.

Analoga il processo del basilico che Barilla utilizza per il pesto. A partire dai campi viene seguita la crescita delle piantine. Si parte con la semina per proseguire con la consegna al trasportatore fino allo stabilimento Barilla dove il basilico viene trasformato in pesto.

Anche in questo caso tutto è sotto controllo e non un singolo lotto può passare inosservato agli occhi dell’azienda. In entrambi i casi l’obiettivo è di rafforzare l’immagine di qualità della materia prima lungo l’intera filiera e il controllo anticontraffazione.

Ibm e Microsoft per blockchain

Il progetto di Barilla è stato avviato con Ibm ed è partito con una sperimentazione in cui è coinvolto un singolo produttore di basilico con una tracciatura “dal campo alla tavola”: il produttore ha già inserito nella blockchain, appoggiata sull’infrastruttura cloud di Ibm, tutti i dati relativi alla coltivazione, dall’irrigazione agli antiparassitari per garantire l’effettiva sostenibilità; poi al momento dello sfalcio, ogni singolo lotto sarà seguito fino alla consegna. Se il test darà esito positivo il progetto potrà essere esteso a tutti i prodotti del gruppo, a partire dal grano, dai pomodori e dal latte.

Nestlé come partner ha scelto invece Microsoft ma sempre con l’obiettivo di certificare la tracciabilità delle esportazioni del Bacio Perugina dalla fabbrica italiana agli importatori e distributori globali. Per questo nel progetto sono coinvolti i diversi attori della filiera, produttori, trasportatori, spedizionieri, operatori portuali, importatori e distributori. Microsoft utilizza l’infrastruttura cloud di Azure per questo e altri progetti italiani che hanno il vantaggio di essere snelli anche dal punto di vista dei costi.

 

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Mozilla al lavoro contro tracciamento e criptomining

01net - 7 giugno, 2018 - 08:56

Mozilla sta pianificando una migliore protezione dal tracciamento per Firefox 63, previsto per ottobre. L’aggiornamento attiva la protezione dal tracciamento come impostazione predefinita e aggiunge anche la protezione contro i siti Web di crittografia.

Abilitare la protezione del tracciamento come impostazione predefinita in Firefox 63 è il modo scelto da Mozilla per dare risalto a quella che viene ritenuta una parte essenziale della sicurezza Internet sconosciuta però alla maggior parte delle persone. La protezione dal tracciamento, infatti, blocca la raccolta di dati sugli utenti e la loro condivisione con altri siti Web.

“Spesso sono seguiti da script che raccolgono dati su dove sei stato e cosa hai fatto”, ha osservato Mozilla in un post sul proprio blog. “Questi script possono rallentare la tua esperienza su internet e farti vedere annunci pubblicitari per cose che potresti o non potresti voler ammettere di aver cercato”.

La protezione dal tracciamento fermerà quel processo renderà l’esperienza degli utenti più fluida e li protegge dal tracciamento dannoso e da altre minacce online come siti web che utilizzano segretamente le risorse del computer per estrarre la crittovaluta.

Questo aspetto è particolarmente importante per i professionisti e gli utenti aziendali: i crittogrammi, il monitoraggio dei cookie e altre minacce bloccate dal monitoraggio della protezione possono rappresentare infatti gravi rischi per la sicurezza.

Mozilla prevede non solo di attivare la protezione del tracciamento per impostazione predefinita, ma anche di aggiungere diversi elementi di interfaccia utente che rendano più facile trovare le impostazioni di protezione del tracciamento per attivare/disattivare la protezione senza richiedere un’immersione completa nella pagina delle impostazioni.

La protezione del tracciamento attualmente blocca elementi come i cookie pubblicitari, gli script di condivisione sociale e l’analisi, quindi anche se si adottano le misure per passare manualmente da un sito all’altro, non sarà in grado di bloccare i siti Web di crittografia fino all’aggiornamento.

Una volta che Firefox 63 sarà disponibile sarà in grado di bloccare gli script per il mining all’interno del browser e gli script di rilevamento delle impronte digitali del browser, che sono una grande notizia per coloro che sono preoccupati per la privacy e il danno che il malware crittografico può causare all’hardware.

 

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Finanza e automazione unite nella trasformazione digitale

01net - 7 giugno, 2018 - 08:29

Quale ruolo dovrebbe svolgere la funzione finanziaria nella trasformazione digitale? Dovrebbe senza dubbio monitorare i progressi compiuti e aiutare i servizi di front-office e di back-office a finanziare le trasformazioni. Ma un gran numero di professionisti della finanza ritiene che la loro funzione abbia l’opportunità di svolgere un ruolo più determinante.

Al centro della loro visione c’è l’automazione intelligente. È uno dei risultati dello studio condotto da Capgemini su 500 dirigenti finanziari senior in Europa e Nord America e in cinque settori.

L’indagine “Reimagining finance for the digital age” ha rilevato che l’automazione dei processi finanziari con strumenti avanzati come l’automazione dei processi robotizzati (Rpa) è a buon punto. E molti team hanno anche in programma di gestire l’automazione dei processi con intelligenza artificiale e apprendimento automatico.

Gli obiettivi di automazione di molte aziende vanno ben oltre l’aspetto transazionale: in primo luogo c’è la trasformazione digitale della funzione finanziaria e in secondo luogo l’elevazione del suo ruolo nel business a fornitore di intuizioni che guidano il valore.

Per raggiungere questi obiettivi, le aziende dovranno accelerare gli sforzi di automazione. In particolare, essi dovranno sostenere l’automazione con tecnologie più avanzate e strategie di gestione delle conoscenze.

L’automazione di diversi processi finanziari sta avanzando. Circa la metà delle aziende intervistate dispone, ad esempio, di processi individuali completamente o quasi automatizzati come la gestione delle interrogazioni e i pagamenti. Poco meno della metà dei report lo stesso di riconciliazione di cassa, la gestione degli ordini, e la raccolta delle fatture. Circa due terzi ritengono che questi e altri processi possano essere quasi completamente automatizzati nel giro di tre anni.

Entro tre anni i benefici dell’automazione

Un gruppo elitario è all’avanguardia. Guidati da una strategia di trasformazione, i master hanno completamente o parzialmente automatizzato i processi di cui sopra e altri. Sono molto più fiduciosi dei ritorni attesi dall’automazione rispetto alle aziende “novizie”, che hanno solo iniziato ad attuare una strategia. Più della metà (58%) dei Master ritiene che l’automazione genererà i massimi benefici entro tre anni, rispetto a solo il 32% dei Novizi.

I benefici di fondo sono oggi la priorità, ma i benefici previsti, se realizzati, potrebbero essere trasformativi. La maggior parte delle aziende si sta concentrando sull’aumento dell’efficienza e sul risparmio derivante dall’automazione. Ma in tre anni, i Master si aspettano di fornire diversi tipi di valore ad altre parti del business. Ad esempio, il 60% si aspetta che tra tre anni l’automazione li aiuti a migliorare l’esperienza dei propri clienti e il 55% afferma che contribuirà a sbloccare nuove intuizioni che generano valore per l’azienda.

È più probabile che un approccio congiunto all’automazione sia efficace. La maggiore maturità e ambizione di automazione dei master può in parte derivare da quella che sembra essere una più stretta integrazione con le attività di automazione a livello aziendale. Più di otto master su dieci – l’85% – affermano che anche l’azienda nel suo complesso sta perseguendo una strategia di automazione, mentre il 51% riferisce che l’automazione è guidata a livello aziendale da un team dedicato.

Il problema del legacy

Per i più avanzati, le tecnologie legacy sono l’ostacolo principale. Mentre per i novizi la maggior parte dei problemi riguarda le persone e la conoscenza, per i master sono i sistemi legacy che sembrano causare maggiori difficoltà di automazione. La conclusione è la seguente: quanto più un team finanziario progredisce nell’automazione, tanto più è probabile che affronti in modo soddisfacente le sfide in termini di talenti e competenze e si trovi a dover affrontare blocchi tecnologici.

Il ruolo digitale della finanza viene potenziato nelle organizzazioni più avanzate. L’ambizione del Master è dimostrata da due statistiche: quasi due terzi (65%) afferma che l’automazione è più avanzata nella finanza che altrove nell’azienda e oltre la metà (54%) crede fermamente che la funzione finanziaria debba svolgere un ruolo di primo piano nel guidare l’automazione all’interno dell’organizzazione. Per queste aziende, la prospettiva che la finanza assuma un ruolo influente nella trasformazione digitale appare complessivamente promettente.

 

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Così Tech Data costruisce il canale per fare IoT

01net - 7 giugno, 2018 - 08:14

Tech Data chiude a Milano l’IoT on wheels, un viaggio itinerante che ha fatto in dieci città europee con cui ha mostrato a partner e clienti finali le nuove soluzioni IoT di alcuni vendor.

Un meccanismo intelligente che velocizza i flussi di traffico, i sensori del truck utilizzato per il tour che offrono informazioni in tempo reale sul carico del motore e altri dettagli del funzionamento del veicolo, il frigorifero connesso e un caso d’uso relativo alla supply chain sono alcune delle soluzioni presentate da vendor come Microsoft, Cisco, Vodafone e Schneider che hanno partecipato all’iniziativa che mette in mostra quello “strabismo di business” che caratterizza il momento di Tech Data ma anche di altre società.

Come distributori – spiega Riccardo Nobili, Advanced solution director di Tech Data – abbiamo un piede nel core business che genera ancora gran parte del fatturato e un altro nelle nuove tecnologie che stanno dando già soddisfazioni”.

Cambio di pelle con l’IoT

L’IoT è una di queste e costringe il distributore a modificare il proprio modello di business che dall’impronta classica deve passare a una differente modalità che vede Tech Data come “un aggregatore di soluzioni che significa portare sul canale strumenti, skill e prodotti per affrontare queste nuove esigenze del mercato e utenti finali. La parte predominante è costituita dagli skill e per questo abbiamo fatto un investimento importante nella formazione che rappresenta una delle sfide per un distributore”.

Importanti sono anche le partnership con i vendor, anche loro impegnati nel cambio di pelle, anche perché con l’IoT è difficile essere dei tuttologi. “Per questo – prosegue Nobili – facilitiamo la creazione di un network fra i partner che devono creare un ecosistema simbiotico per affrontare insieme le opportunità che arrivano dal mercato”.

Ma ecosistema vuole dire lavorare anche con attori che oggi non sono vendor di Tech Data e anche istituzioni visto che molti progetti nascono dal mondo della ricerca pura.

Per muoversi nell’IoT, accanto ad accordi e partnership che arriva dall’internazionale, Tech Data si sta muovendo anche a livello locale con realtà che arrivano da realtà industriali e di startup con soluzioni che coprono pezzi specifici come Alleantia che ha una soluzione per la raccolta dati in ambito industriale che Td ha accolto nel portafoglio vendor.

Quattro i mercati di riferimento: retail, smart manufacturing, transport e logistic e smart space. Ovviamente ogni country ha poi la libertà di focalizzarsi sulle esigenze del territorio che per l’Italia si traducono nel retail e nell’Industry 4.0.

Sia nella parte del canale sia nell’end user – aggiunge Vincenzo Bocchi di Tech Data – il problema non è tanto l’aspetto tecnologico ma i modelli di business che stanno dietro a una soluzione IoT”.

E ogni progetto è divenrso da un altro tanto che in Tech Data si parla di learning by doing. Con la fila di aziende italiane che vogliono entrare in distribuzione e un canale tutto da costruire.

Tech Data però si è gia mossa selezionando una quindicina di partner pronti ad aggredire il mercato dell’IoT. Dopo essersi formati però non solo sulla tecnologia ma anche sui modelli di business.

 

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Sap, nuovo Crm integrato e nuova suite di gestione dati

01net - 7 giugno, 2018 - 08:10

Sap ha cambiato la propria offerta di Crm (Customer Relationship Management) con l’introduzione di una nuova suite di applicazioni, Sap C/4HANA, per aiutare le aziende a supportare e fidelizzare i clienti. SAP ha anche annunciato Sap HANA Data Management Suite, soluzione per la gestione dei dati che consente alle aziende di trasformare i big data in valore aziendale.

Sap C/4HANA è un’offerta integrata, progettata per rinnovare le soluzioni Crm, spesso limitate in passato alle esigenze dell’area delle vendite.

In seguito alle acquisizioni di Hybris, Gigya e CallidusCloud, Sap ora collega insieme queste soluzioni per supportare tutte le funzioni di front-office, come la protezione dei dati dei consumatori, marketing, commercio elettronico, vendite e assistenza clienti.

Sap C/4HANA sarà integrata con il portfolio di applicazioni aziendali Sap, a cominciare dalla suite Erp leader di mercato S/4HANA. La combinazione degli asset offre funzionalità di machine learning che derivano da Sap Leonardo, un insieme di tecnologie intelligenti introdotte lo scorso anno, e della nuova Sap Hana Data Management Suite, che consente alle aziende di ottenere visibilità e controllo su dati altamente distribuiti.

Ampliando le propria offerta di soluzioni per il customer service, Sap ha anche annunciato di aver acquisito la società svizzera Coresystems AG per migliorare l’esperienza dei clienti nell’ambito dei field service, in particolare nei settori manifatturiero, energetico, high-tech e delle telecomunicazioni. Il servizio della piattaforma Coresystems fornisce pianificazione in tempo reale per le richieste del servizio clienti e utilizza una tecnologia crowd-service basata sull’intelligenza artificiale.

Questo approccio consente di estendere il pool di tecnici disponibili includendo i dipendenti dell’azienda, i liberi professionisti e i partner di mercato per assegnare il tecnico più qualificato per ciascuna chiamata tenendo conto delle competenze, dell’ubicazione e della disponibilità del singolo esperto del servizio.

Dai big data ai clienti

La sfida per le aziende oggi è quella dei dati distribuiti: dati che non si trovano solo nei sistemi transazionali ma sono sparsi tra prodotti, macchine e persone. Si tratta di dati che devono essere acquisiti, organizzati e resi rilevanti per l’azienda.

Sap HANA Data Management Suite punta a trasformare enormi quantità di dati, sia strutturati che non strutturati, in conoscenze utili e utilizzabili, indipendentemente da dove risiedono.

La Suite si basa sulle ultime versioni della piattaforma SAP HANA, delle soluzioni SAP Data Hub, SAP Cloud Platform Big Data Services e dell’applicazione web SAP Enterprise Architecture Designer.

Crea le condizioni per lo sviluppo e la governance di applicazioni e sistemi analitici sicuri e di classe enterprise, nel quadro di una suite di soluzioni aperta, ibrida e multicloud che orchestra tutti i dati necessari in un ambiente unificato e affidabile.

Sap HANA Data Management Suite è la base per la creazione di applicazioni agili e basate sui dati che sfruttano le informazioni in tempo reale. Con una query la Suite può fornire risultati da un unico set di dati logici che, estesi all’intera azienda, trasformano in realtà il concept degli universal data.

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Prime Music, 2 milioni di brani gratuiti per gli utenti Amazon Prime

01net - 6 giugno, 2018 - 12:32

Dopo Amazon Reading, arriva un’altra offerta gratuita per gli utenti di Amazon Prime, Prime Music. Questa nuova proposta rende disponibili oltre 2 milioni di brani, che si possono ascoltare gratuitamente e senza pubblicità su un computer, su un tablet o su uno smartphone per un massimo di 40 ore al mese (di ascolto complessivo).

Anche ascolto offline

Viene abilitato anche l’accesso gratuito a una selezione di radio ed è possibile creare delle palylist. È poi consentito l’ascolto offline. In pratica, si ha la possibilità di scaricare su un dispositivo i brani preferiti per ascoltarli anche quando non c’è connessione a Internet.

Da precisare che, come nel caso di Amazon Reading, Amazon Music è un servizio differente da Amazon Music Unlimited. Quest’ultimo, lo ricordiamo, consente di ascoltare oltre 50 milioni di brani senza limitazioni di tempo e ha un costo mensile di 9,99 euro.

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Dopo parabola e digitale terrestre, Sky arriva via fibra

01net - 6 giugno, 2018 - 11:28

Accedere a Sky non è mai stato così semplice. Oltre che tramite la tradizionale trasmissione satellitare e il digitale terrestre, il servizio è ora disponibile anche attraverso il collegamento a Internet in fibra ottica.

Vengono così ampliate la possibilità di scelta attraverso quella che l’amministratore delegato di Sky Italia, Andrea Zappia, definisce “una soluzione semplice e su misura per ogni esigenza”. Si parte da Sky sul digitale terrestre con 15 canali di intrattenimento, serie tv, cinema e sport. Si prosegue con la possibilità di ricevere i diversi pacchetti anche via fibra, con l’Alta Definizione, le funzionalità del My Sky, Sky On Demand e Sky Go. Si arriva quindi a Sky via satellite, dove l’offerta si fa ancora più ricca con i 4 canali Premium di serie tv senza costi aggiuntivi per i clienti Sky con Sky Famiglia e Sky HD.

Sky sul digitale terrestre

Il digitale terrestre è sicuramente il modo più semplice per vedere Sky direttamente sul televisore di casa, con contenuti che spaziano dalle serie tv al cinema, dall’intrattenimento allo sport. Si tratta di 15 canali che sono suddivisi in due pacchetti. Il primo, Sky TV, include i canali Sky Uno, Sky Atlantic, FOX, National Geographic, Sky TG24, e quelli di cinema e serie tv Premium Action, Premium Crime, Premium Joi, Premium Stories, Premium Cinema, Premium Cinema Energy, Premium Cinema Emotion, Premium Cinema Comedy. Il secondo, Sky Sport, comprende Sky Sport 24 e Sky Sport 1, quest’ultimo disponibile anche in Alta Definizione.

Per fruire di Sky sul digitale terrestre basta attivare un abbonamento su una tessera abilitata alla visione dei canali a pagamento del digitale terrestre. Chi sottoscrive l’abbonamento a Sky TV e Sky Sport entro il 30 giugno 2018 può usufruire del prezzo promozionale per un anno di 19,90 euro/mese per entrambi i pacchetti, anziché 29,90 euro/mese.

Sky via fibra

L’altra grande novità è Sky via fibra. Basta semplicemente connettere l’apposito decoder My Sky alla rete internet veloce di casa, per poter accedere ai diversi pacchetti, con l’Alta Definizione e le funzionalità del My Sky. Non fanno parte dell’offerta i canali Premium Cinema e Premium Series e alcuni canali opzionali.

Requisito indispensabile è la presenza di una connessione in fibra a casa con uno degli operatori Internet abilitati al servizio, ovvero Fastweb, Vodafone, TIM, Wind- 3-Infostrada e Tiscali. La velocità minima di trasferimento nominale deve essere di 30 Mbps.

Da sottolineare che con Sky via fibra è consentita la trasportabilità: basta collegare il decoder a una nuova rete internet e riprendi subito la visione.

L’esperienza Sky Q anche via fibra sarà disponibile nel corso del 2019 con il lancio di una nuova versione di Sky Q appositamente studiata.

Sky Q, l’ecosistema si amplia

Dopo l’inizio delle trasmissioni in 4K HDR per i grandi eventi sportivi, Sky Q continua la sua evoluzione. A luglio al box Sky Q Platinum si affiancherà il nuovo Sky Q Black, per far vivere l’esperienza di visione di Sky Q anche a chi la desidera solo sul televisore principale. Con la sua introduzione, tutti i nuovi clienti che scelgono di vedere Sky con la parabola, riceveranno in dotazione un box Sky Q e i My Sky HD di ultima generazione, già compatibili con l’esperienza Sky Q, riceveranno prossimamente un aggiornamento del software.

A settembre – con la possibilità di prenotarla già da luglio – arriverà la nuova Sky Soundbox, il sistema audio di Sky sviluppato in collaborazione con Devialet, che consente di fruire di un suono a 360° e che, se collegato a Sky Q, ottimizza l’audio in funzione del contenuto che si sta vedendo, regolandone automaticamente anche il volume. Un sistema home cinema che non ha bisogno di casse aggiuntive e che è compatibile con tutti i dispositivi collegabili in HDMI e cavo ottico, ma anche Bluetooth per smartphone e tablet.

A ottobre sarà abilitato anche il Controllo Vocale, che permetterà invece di scegliere cosa vedere direttamente con la voce rendendo la navigazione e la ricerca di contenuti più facile e veloce. Premendo un tasto sul telecomando di Sky Q sarà possibile cercare un titolo o un attore attraverso la voce, cambiare canale, ma anche mettere in pausa la tv e muoversi tra i menu dell’interfaccia di Sky Q, semplicemente “parlando” al telecomando. Insieme a questa funzionalità, verranno introdotti ulteriori miglioramenti al sistema di raccomandazioni, attraverso cui Sky Q suggerirà i titoli più affini a quelli scelti di recente.

Nel 2019, inoltre, verrà integrato su Sky Q il servizio Netflix e sarà lanciato Sky Q anche via fibra.

Sky Go si rinnova

In arrivo molte novità che arricchiranno la visione in mobilità di Sky Go, su smartphone, tablet e pc. Visione che ora è possibile anche quando ci si trova temporaneamente all’estero nei Paesi dell’Unione Europea.

L’interfaccia di Sky Go si rinnoverà con un nuovo look per semplificare la navigazione e trovare i programmi preferiti in un modo ancora più intuitivo. I contenuti on demand saranno inoltre disponibili anche su smartphone, e con Sky Go Plus, sarà possibile anche scaricarli e vederli senza connessione. Su Sky Go saranno disponibili anche i sottotitoli, per seguire al meglio i programmi in lingua originale, e verranno rilasciate le nuove app Sky Go per PC e Mac.

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Bsa, il software asset management fa risparmiare sulle licenze

01net - 6 giugno, 2018 - 11:09

L’avvento del cloud che non ha ancora dispiegato pienamente i suoi effetti, le preoccupazioni per Gdpr e sicurezza e mettiamoci anche la crisi: un mix che ha portato a una diminuzione del tasso di pirateria software nelle aziende italiane, passato dal 51% del 2006 al 43% del 2017 (-2% rispetto al 2016). Si poteva fare meglio, non c’è ancora il crollo verticale sperato, ma l’Italia si incammina su una buona strada anche se il tasso di pirateria rimane poco più del doppio di quello europeo, mentre quello mondiale arriva al 37%.

Paolo Paolo Valcher, chairman di Bsa Italia, punta il dito sulla maggiore attenzione che i cio hanno oggi rispetto al software senza licenza, sempre più rischioso e costoso. A parte la possibilità dei controlli, il vero problema è quello della sicurezza aumentato dall’entrata in vigore delle sanzioni della Gdpr. Se l’azienda subisce un furto dei dati può essere più difficile sostenere di avere fatto tutto il possibile per proteggersi con una sfilza di software non in regola.

Paolo Valcher, chairman di Bsa Italia Aziende più internazionali

In più l’internazionalizzazione delle aziende italiane, la propensione verso l’export o il fare parte di filiere internazionali con relativo obbligo di certificazioni spinge molti ad adottare comportamenti virtuosi. Il sistema infatti tende verso il rispetto delle regole. Pena l’esclusione.

Mettere in regola il software poi è anche conveniente. Migliorare la compliance infatti secondo Bsa “rappresenta un abilitatore economico oltre che un imperativo di sicurezza: quando le aziende compiono azioni pragmatiche per migliorare la gestione dei software, possono migliorare i propri profitti dell’11%”.

Per aiutare le aziende a comprendere meglio le conseguenze dell’utilizzo di software senza licenza, Bsa ha pubblicato la 2018 Global software survey, un’indagine che ha coinvolto circa 23.000 utenti, dipendenti e cio per quantificare la diffusione e il valore dei software privi di licenza installati sui computer in oltre 110 Paesi e regioni.

Secondo l’indagine il 54% dei cio afferma che la principale ragione che spinge all’utilizzo di software con le adeguate licenze è la riduzione dei rischi di sicurezza, mentre il 46% dichiara che la propria preoccupazione principale riguarda la perdita dei dati.

Dopo che in passato Bsa aveva focalizzato la sua azione più sulla repressione, da tempo l’organizzazione alla quale partecipano le principali riprese del settore ha adottato un approccio più morbido impegnando le proprie forse per fare si che le aziende migliorino la gestione dei software.

È infatti dimostrato – spiega Valcher – che, implementando un piano efficace di software asset management e un programma di ottimizzazione delle licenze, le imprese possono risparmiare fino al 30% sui costi legati ai software”.

 

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L’alleanza Google e Salesforce convince in Italia

01net - 6 giugno, 2018 - 09:48

Sul finire dello scorso anno Google aveva annunciato una partnership strategica con Salesforce che comprendeva Google Cloud e Google Analytics.

Lo scopo era consentire ai propri clienti un’esperienza d’uso più intelligente e più collaborativa.

Come società native del cloud, la partnership offre un’opportunità unica per trasformare il marketing, il servizio e le vendite in informazioni utili.

La collaborazione fa leva sull’intero valore di Google Cloud: Salesforce ha nominato G Suite come provider primario di posta elettronica e produttività. Inoltre utilizza la Google Cloud Platform (GCP) per i propri servizi base come parte dell’espansione dell’infrastruttura internazionale dell’azienda.

La partnership integra Salesforce con Google Analytics, che collega dati di vendita, marketing e pubblicità su entrambe le piattaforme.

I team Google e Salesforce stanno sviluppando nuove integrazioni che connetteranno Salesforce Crm con G Suite per offrire un’unica piattaforma di collaborazione cloud nativa.

Queste integrazioni consentono alle aziende di valorizzare i dati sui clienti di Salesforce in strumenti come Gmail, Fogli, Calendario, Drive, Documenti e Hangouts.

In Italia tra i primi a trarre beneficio dalla partnership è stata Fontana Gruppo, azienda brianzola che partendo da Veduggio con Colzano è diventata protagonista mondiale nella progettazione, realizzazione e distribuzione di elementi di fissaggio di alta qualità.

Fontana Gruppo ha scelto Google Cloud per il suo “Project Innovation”.

G Suite è utilizzata da tutti i dipendenti a livello globale, e sfruttando le potenzialità di Google Cloud Platform il gruppo prevede di migliorare e rendere più efficienti una serie di processi aziendali, con particolare attenzione alla raccolta e all’analisi dei dati di produzione.

Come ha detto Fabrizio Fontana, Director Sales & Business Development, di Fontana Gruppo, “Il nostro team, dislocato per il mondo, può lavorare, collaborare e comunicare in un modo più efficiente, integrato e semplice. Google e Salesforce sono due pillar nella nostra visione di crescita e sviluppo, e costituiranno la base per future innovazioni di processo e di relazione con il cliente”.

Le principali integrazioni tra Salesforce e G suite

Molte integrazioni tra G Suite e Salesforce sono già sul mercato, tra cui Lightning per Gmail e le integrazioni con Calendar e Google Drive; altre verranno implementate nel corso del 2018.

  • Salesforce Lightning per Gmail: permette di far apparire i dati rilevanti di Salesforce CRM in Gmail e  le interazioni con i clienti da Gmail direttamente all’interno di Salesforce in modo da assistere i clienti più rapidamente. Identifica le e-mail ad alta priorità e suggerisce i passi successivi basati sul contenuto delle email per operare con i clienti più veloce che mai.
  • Salesforce Lightning per Fogli Google: consente di integrare Fogli ovunque all’interno di Salesforce e con un solo clic di spostare il contenuto da Records Salesforce o Report ad un nuovo Foglio. I dati verranno aggiornati automaticamente con le ultime informazioni.
  • Quip Live Apps per Google Drive e Google Calendar: le app di Quip Live si integrano con Google Drive e Calendar, consentendo l’accesso alle informazioni in modo più collaborativo e in un ambiente open cloud. Ciò permette di incorporare qualsiasi elenco di file di Drive, inclusi Documenti, Presentazioni e Fogli Google o Google Calendar all’interno di Quip. Questa nuova combinazione di Quip e G Suite crea un’alternativa moderna ai servizi di contenuto intranet legacy.
  • Salesforce per Hangouts Meet: consente di accedere ai dettagli relativi a clienti e account, alle case history sull’assistenza e molto altro direttamente da Salesforce CRM nell’interfaccia di Hangouts Meet. In questo modo vengono messe a disposizione informazioni direttamente nella piattaforma di comunicazione.

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A Roma il nuovo data center campus di Aruba

01net - 6 giugno, 2018 - 09:18

Aruba ha annunciato la costruzione del suo nuovo Hyper Cloud Data Center a Roma. Avverrà su un terreno acquistato all’interno dell’area del Tecnopolo Tiburtino (Roma est), il polo nato per volontà della Camera di Commercio di Roma, in collaborazione con la Regione Lazio e il Comune di Roma, per ospitare realtà imprenditoriali tecnologicamente innovative (ad oggi, sono più di 130).

Il data center, che è già in fase di progettazione e sarà completato entro la primavera del 2020, richiederà un investimento di circa 300 milioni di euro in cinque anni.

Sarà facilmente raggiungibile dagli aeroporti internazionali di Fiumicino e Ciampino e dalle stazioni di Roma Termini e Roma Tiburtina. Per gestirlo Aruba prevede circa 200 assunzioni.

Si tratta del quarto data center italiano di Aruba, che va ad aggiungersi ai due di Arezzo e al Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro (Bergamo).

I 4 data center nazionali sono parte di un più ampio network europeo che include oltre all’Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Repubblica Ceca e Polonia.

Il data center campus è progettato su un’area di 74.000 m², nel rispetto dei massimi standard di resilienza e qualità infrastrutturale; al suo completamento sarà certificato – al pari di IT1 e IT3 – Rating 4 secondo lo standard ANSI/TIA 942-A e, oltre ad essere collegato alle principali dorsali internet, disporrà di interconnessioni multiple con il campus di Arezzo (IT1 e IT2) e con Global Cloud Data Center (IT3).

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Erogherà fino a 66 MW di potenza raggiungibile, prodotta al 100% da fonti rinnovabili; sarà infatti completamente ecologico grazie all’uso di energia rinnovabile certificata a livello europeo tramite Garanzia di Origine (Certificazione GO), alla quale si aggiunge l’autoproduzione di energia fotovoltaica e l’uso di sistemi di raffreddamento ad efficienza ottimizzata (free-cooling).

Userà collegamenti backbone con i data center IT3 di Ponte San Pietro (BG) e IT1 e IT2 di Arezzo, ed esterni verso internet sia da nord che da sud e sarà caratterizzao da massimi livelli di sicurezza logica e fisica con controllo degli accessi e perimetri di controllo multipli;

È progettato e gestito per rispondere ai requisiti delle certificazioni: Rating 4 ANSI/TIA 942-A, ISO 9001, 27001, 14001 e 50001.

Aruba intende così diventare il principale punto di riferimento nell’ambito dei servizi e soluzioni di data center, fisiche e in cloud, per le imprese, la PA centrale, gli Enti locali e il settore del banking e finance, con un’offerta infrastrutturale che sfrutterà la distribuzione dei suoi data center.

 

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Una app unica per gestire le Unified Communication

01net - 6 giugno, 2018 - 08:34

È disponibile una nuova versione di Avaya IP Office, che amplifica la Unified Collaboration attraverso un’unica applicazione adatta a tutti i canali di comunicazione, alla gestione di meeting aziendali, alla collaborazione e condivisione di contenuti nei team di lavoro.

La soluzione include Equinox, elemento centrale dell’azienda per le Unified Communication, insieme a nuove funzionalità che offrono un’esperienza entreprise a piccole medie imprese.

Come dice Chris McGuan, SVP Solutions and Technology di Avaya, “Offrendo un’unica app per accedere a tutti gli strumenti necessari per comunicare e collaborare in modo efficiente, stiamo veramente abilitando le persone a lavorare in maniera più smart e non a lavorare di più”.

La nuova versione di IP Office include le funzioni Avaya per le Unified Communication e la Collaboration e offre opzioni di implementazione flessibili (cloud, ibrido e locale) creando valore.

Avaya IP Office utilizza i telefoni Avaya Vantage e i nuovi telefoni della Serie J per i servizi voce e video, insieme ai client software e mobile di Avaya Equinox. In Europa la soluzione raddoppia la scalabilità per gli utenti DECT.

Per le piccole aziende, un nuovo servizio di reportistica e tracciabilità a 360 gradi a costi accessibili, migliora il monitoraggio delle attività degli operatori per permettere anche alle aziende più piccole di servire e coinvolgere sempre meglio i loro clienti.

Avaya Chronicall per IP Office, sviluppato dal partner Xima, fornisce oltre 50 report standard e altri personalizzati, che supportano la gestione delle chiamate visuale, display personalizzabili e strumenti per il controllo delle performance degli agenti; è disponibile sia in modalità on-premise e sia in modalità Avaya IP Office Cloud – Powered by.

Con Avaya IP Office Cloud – Powered by i partner potranno inoltre beneficiare di queste nuove funzioni e offrirle ai nuovi clienti e a quelli già presenti, attraverso un modello di implementazione cloud o ibrido.

La App di Avaya IP Office viene già proposta a Pmi e startup italiane dal distributore a valore aggiunto Itancia, dal network integrator Fiore srl e dal solution provider Set srl.

I partner avranno accesso a nuovi wizard e strumenti di gestione per rendere questa soluzione ancora più semplice e veloce da implementare e da gestire sia in locale sia in cloud.

Per esempio, il nuovo Cloud Operations Manager semplifica l’amministrazione delle soluzioni cloud per grandi distribuzioni multi-client, degli aggiornamenti di sistema, di patch e di applicazioni, basate sui ruoli, che migliorano la sicurezza.

Come spiega in una nota Massimo Palermo, Country Manager di Avaya Italia Avaya ha lanciato questa nuova versione di IP Office per rispondere alle necessità di Unified Communication delle startup e delle PMI. L’obiettivo è di utilizzare il cloud per aiutarle a diminuire le spese operative in conto capitale mantenendo alti livelli di qualità del servizio e di performance. Le nuove funzionalità offrono una opportunità per far evolvere le migliaia di linee vendute negli anni e permettere quindi ai nostri clienti di esplorare anche l’opzione cloud. Si pensi ad esempio alla possibilità offerta dalla multi-tenancy di ridurre i costi e rendere quindi la soluzione appetibile anche a clienti con 20-50 utenti”.

 

 

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Irideos, banda larga per aziende e distretti industriali

01net - 6 giugno, 2018 - 08:18

La rete in fibra corre per 14.925 km lungo le aree industriali, dieci sono i centri di raccolta dati collegati alla fibra e 2.100 i punti di accesso.

Sono alcuni numeri di Irideos, l’ex Infracom, la società di F21 (dove la Cassa depositi e prestiti detiene il 14%) che ha come mission la digitalizzazione delle imprese del made in Italy.

Guidata da Mauro Maia, ex senior partner di F21, la società realizza oggi ricavi per 168,5 milioni ma l’obiettivo è di arrivare a 250 mettendosi in competizione diretta sul fronte delle imprese con le altre società della banda larga.

Irideos già attiva in Val di Fassa

Il manifatturiero è il target principale di Irideos che punta sui distretti industriali come quello della Val di Fassa in Trentino dove è già all’opera.

L’obiettivo è un rendimento annuo del 12%. A differenza di altri competitor Idideos vende fibra accesa con i servizi tra i quali ci sono anche dieci data center il più grande dei quali è a Milano in via Caldera dove, secondo la società, passa il 70% del traffico Internet italiano. Per questo F21 definisce Irideos strategica per il Paese.

L’obiettivo è di diventare il terzo operatore business to business dopo Telecom e Fastweb e partner di delle aziende medio-grandi per la gestione dei dati e la connessione in sicurezza.

Attualmente dalla rete arriva il 60% dei ricavi, mentre il resto proviene dalla gestione dei dati.

Nell’ultimo anno la società ha messo a segno cinque acquisizioni del valore di oltre cento milioni di euro e del gruppo fanno parte McLink di Trento e Roma, la Big Tlc di Bergamo e KpnqWest per il cloud.

Si muove Open Fiber

Nel frattempo si muove anche Open Fiber che ha inaugurato il primo cantiere nelle aree bianche (o a fallimento di mercato) della Valle d’Aosta.

Il cablaggio è iniziato a Issime nella valle del Lys dove le circa 400 unità immobiliari saranno collegate in modalità Ftth (Fiber to the home), con velocità fino a 1 gigabit al secondo. In tutta la Regione sono previsti stanziamenti di 10,6 milioni dal Fondo nazionale sviluppo e coesione (Fsc) e di 5,7 dai fondi Feasr della Regione. Saranno interessati circa 64 mila cittadini di 74 comuni.

La società ha vinto le prime due gare per le aree a fallimento di mercato dove ha in programma investimenti per circa 2,6 miliardi di euro. I due bandi riguardano in totale 6753 comuni per 9,3 milioni di abitazioni nelle aree C e D (a fallimento di mercato) da aggiungersi ai 9,5 milioni delle aree A e B.

Intanto in maggio è stato completato il piano di cablaggio di Catania con un’infrastruttura interamente in fibra ottica a banda ultra larga, realizzata da Open Fiber con un investimento di circa 30 milioni di euro.

La rete Open Fiber ha raggiunto nel comune etneo oltre 120mila unità immobiliari – tra case e aziende – in modalità Ftth (Fiber To The Home). Catania è la seconda città a essere completata tra le prime 10 del piano di Open Fiber per le aree di mercato, che comprende 271 città italiane, e la prima del Mezzogiorno.

 

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Arriva Spindle, la democrazia nelle criptovalute

01net - 6 giugno, 2018 - 08:08

Ōshiro Gakuto, meglio conosciuto come Gakt, è un musicista e attore giapponese di fama internazionale che ha dei fan anche in Italia visto il bizzarro gruppetto di supporter che lo accoglie.

Racconta che un giorno si è accorto che i Cd non avrebbero avuto un futuro con conseguente declino dei suoi guadagni. I suoi concerti infatti avevano costi alti con scarsi margini di guadagno.

Così ha deciso di affiancare all’attività musicale quella di business man e oggi è chief strategy advisor di Spindle, una piattaforma che, come racconta Gakt alla stampa italiana, ha il modesto obiettivo di rendere “più equo, trasparente e con pari opportunità per tutti il mercato finanziario delle criptovalute”.

Un messaggio che visti i tempi potrebbe anche fare presa e che Gakt spiega così: “Oggi la maggior parte dei buoni investimenti viene fatta da una minoranza di persone ricche e queste informazioni non raggiungono mai il pubblico generale.Questa è la verità. Per poter cambiare la situazione abbiamo iniziato il progetto Spindle che ha lo scopo di fare si che queste opzioni di investimenti, a oggi privilegio dei ricchi, siano a disposizione di tutti”.

Ōshiro Gakuto, in arte Gakt

Così, rivolgendosi a “coloro che vogliono realizzare i propri sogni, coloro che vogliono continuare a fare ciò che amano e a chi vuole alzare la qualità della propria vita”, ha lanciato una Ico (Initial coin offering) per Spindle, una piattaforma che vuole connettere gli utenti ai fondi d’investimento in criptovalute.

La piattaforma basata su blockchain vuole permettere a tutti l’accesso al fantastico mondo di Bitcoin e affini. Per rendere tutto questo possibile Spindle utilizza la piattaforma Zeta che prevede l’impiego di blockchain e contratti intelligenti della rete Ethereum per garantire la massima trasparenza. L’obiettivo è di permettere una comunicazione diretta fra investitori e gestori dei fondi.

Realizzato da Blackstar group, Spindle prevede come primo step l’avvio di Zeta 1 piattaforma di servizi di monitoraggio e reporting blockchain fornita in modo gratuito a tutti gli utenti che può essere utilizzata per controllare i profili dei fondi e verificare le operazioni. Zeta 2 è invece la piattaforma per le transazioni decentralizzate ad alta velocità con tecnologia layer2 che propone un sistema di trading affidabile.

I dati utilizzati da Zeta 1 e 2 confluiranno in Zeta 3, un sistema distribuito per l’assegnazione di crediti. “Il sistema decentralizzato di credit scoring dello Zeta 3 – spiega un white paper dell’azienda – è fondamentalmente equo” e permette di effettuare un credit scoring autonomo. L’ultimo passaggio è quello dell’autonomia creditizia con l’intelligenza artificiale che sarà in grado di gestire un sistema di valutazione. Lo scopo è di rendere più democratico l’accesso alle criptovalute.

La tabella di marcia prevede per metà anno la realizzazione di Zeta 2 con la chiusura dei lavori entro fine 2019.

 

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Prestazioni, sicurezza, AR: ecco come iOS 12 modificherà iPhone e iPad

01net - 5 giugno, 2018 - 18:47

La WWDC si apre con il tradizionale keynote e con un’anteprima delle novità che vedremo in iOS 12. Ma partiamo dalla disponibilità. La developer preview di iOS 12 è subito disponibile per i membri registrati all’Apple Developer Program. Un programma di beta pubblica sarà disponibile più avanti durante questo mese.

iOS 12 sarà poi disponibile per tutti gli utenti in autunno, come aggiornamento software gratuito. La compatibilità è annunciata per iPhone 5s e successivi. Per iPad: iPad Air e iPad Pro, iPad 5a e 6a generazione, iPad mini 2 e successivi. E infine iPod touch 6a generazione.

Le novità di iOS 12

Il primo ambito dove l’aggiornamento apporterà un deciso miglioramento sarà nelle prestazioni. iOS 12 è stato infatti progettato per velocizzare le attività più comuni svolte su iPhone e iPad. Soprattutto nell’apertura delle app e dei componenti di sistema. I primi test di Apple parlano di incrementi di performance registrati fino al 70% per l’apertura della fotocamera. Oppure il doppio della velocità nel lancio delle app e del 50% nel mostrare la tastiera.

Un altro cavallo di battaglia di iOS 12 è la realtà aumentata. In iOS 12 fa il suo debutto ARKit 2, la nuova versione del framework Apple per la realtà aumentata. Fa il suo debutto anche un nuovo formato di file, progettato in collaborazione con Pixar, la casa di film d’animazione. Il nuovo formato di file per la realtà aumentata si chiama USDZ. Consente di creare (e fruire) un’esperienza di realtà aumentata ovunque in iOS, come ad esempio le app File, Safari, Mail. Le nuove funzioni di AR consentono di avere esperienze condivise di realtà aumentata. Inoltre permettono di interagire con gli oggetti del mondo esterno per eseguire misurazioni. Sul palco del keynote Lego ha offerto un’anteprima di un’esperienza mista tra oggetti reali e virtuali in uno scenario AR.   

In FaceTime sono in arrivo le videochiamate di gruppo. È possibile realizzarle con iPhone, iPad o Mac, e anche, solo per l’audio, con Apple Watch. Siri verrà potenziata in vari modi, tra cui i Siri Shortcuts. Questa funzione consente a qualsiasi app di attivare un’azione tramite un comando vocale Siri. È anche possibile personalizzare gli shortcut creando serie di azioni attraverso diverse app. L’app Foto viene anch’essa migliorata, mediante una ricerca potenziata e suggerimenti più intelligenti.

Sicurezza e gestione del tempo

Molto interessanti le funzioni che arriveranno in iOS 12 riguardanti la gestione del nostro tempo sui device. Non parliamo qui di task management, ma proprio del monitoraggio del tempo speso su iPhone e iPad. Tempo che è buona abitudine controllare in qualche modo, soprattutto per gli utenti più giovani. iOS 12 offrirà strumenti per ridurre le distrazioni e meglio controllare e gestire le notifiche. Così come funzioni per monitorare e, volendo, limitare il tempo speso nelle app e nella navigazione. Sarà attivabile anche il controllo parentale sui report d’utilizzo, mediante la condivisione in famiglia. E i genitori avranno la possibilità di limitare il tempo passato dai figli sui device e utilizzando le app. Oltre a questo, iOS 12 apporterà nuovi accorgimenti per la sicurezza e la privacy.

Dopo gli Animoji, con iOS 12 vedremo l’arrivo dei Memoji. Si tratta di un modo ancora più divertente e personalizzato per creare una rappresentazione animata di sé. Molte app in iOS 12 riceveranno un sostanzioso aggiornamento. Tra esse: iBooks, che diventerà Apple Books, News, Memo Vocali e altre. CarPlay inoltre supporterà app di navigazione di terze parti.

Per informazioni su iOS 12 Apple ha predisposto questa pagina del sito.

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Trasformazione digitale, a che punto sono le Pmi italiane

01net - 5 giugno, 2018 - 10:31

Cloud computing (35%), Internet of Things (33%), Machine Learning (28%) e Blockchain (27%): sono queste le tecnologie innovative ritenute più efficaci per lo sviluppo strategico del business in chiave digitale e su cui le Pmi italiane investiranno nei prossimi tre anni.

Sono i dati che emergono dalla seconda edizione della ricerca nazionale sullo stato di digitalizzazione del Paese, svolta su oltre 500 aziende e realizzato dalla Scuola dell’Innovazione di Talent Garden, Cisco Italia, Enel e Intesa Sanpaolo, con il supporto dei ricercatori del Master in Digital Transformation per il Made in Italy, pensato per formare consulenti in grado di accompagnare le aziende verso il digitale e l’industria 4.0.

Pmi più consapevoli del digitale

La survey, che ha coinvolto aziende con un fatturato non superiore ai 50 milioni di euro, mostra una maggiore consapevolezza delle imprese che molto di più rispetto al passato mostrano di comprendere l’importanza e degli effetti positivi che la digitalizzazione potrebbe portare al proprio business.

Secondo i dati il 67% del campione ritiene che l’innovazione impatti principalmente sull’acquisizione di un vantaggio competitivo, il 49% sull’aumento della produttività, il 48% sul miglioramento della qualità percepita dei clienti e il 47% sulla qualità interna del lavoro.

Se da una parte la maggioranza delle imprese sembra interpretare correttamente il significato della Digital transformation che influenza la progettazione dei modelli di business (67%) e lo sviluppo di una strategia digitale (53%), mentre il 32% parla di implementare nuove tecnologie in ogni settore, dall’altra manca ancora il corretto approccio al cambiamento organizzativo che rimane limitato all’ambito della comunicazione e affidato a professionisti appartenenti al marketing (63%) e non a figure specifiche come il Digital officer.

Non a caso mentre il 54% degli intervistati riconosca l’importanza della formazione l’ostacolo maggiore all’evoluzione digitale delle organizzazioni arriva proprio dalla mancanza di competenze digitali (43%). Ma la formazione rimane un problema. Il 26% non eroga corsi di formazione digitale al personale, il 17% lo fa una volta l’anno, mentre il 24% ha scelto la formazione continua e il 25% eroga corsi più volte l’anno.

Spazio per migliorare ce n’è parecchio visto che il 16% raccoglie e analizza i dati della sua attività, il 23% li pone alla base della strategia aziendale, ma il 36% non li raccoglie e il 22% li raccoglie ma non li analizza.

Nonostante le difficoltà la ricerca spiega che le Pmi stanno vivendo un momento di relativo entusiasmo verso la digitalizzazione.

Sarà il piano 4.0 del governo, gli incentivi e la spinta che sta arrivando anche da parte delle organizzazioni industriali, ma l’86% delle aziende nel 2017 ha investito una percentuale del proprio fatturato in trasformazione digitale: il 38% del campione ha investito tra l’1% e il 10%, il 18% tra il 10% e il 20%, l’11% tra il 20% e il 30% e solo il 6% tra il 30% e il 40% del proprio fatturato.

In un contesto in cui si percepisce con chiarezza la necessità di aumentare gli investimenti per accelerare il processo di digitalizzazione, dalle interviste si evidenzia un fenomeno significativo.

Sono infatti le aziende più giovani, il 53% del campione intervistato, a investire una percentuale più alta del loro fatturato in digital transformation, rispetto al 47% delle Pmi presenti sul mercato da più di 25 anni.

Dati che confermano la difficoltà delle aziende non native digitali ad adattarsi ai trend delle tecnologie innovative. Per questo però c’è bisogno delle giuste figure professionali. E le aziende infatti sono alla ricerca di digital marketing specialist (34%), data analyst (26%) e digital officer (23%). Il problema sarà trovarli.

 

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Assolombarda in campo per la cybersecurity

01net - 5 giugno, 2018 - 09:25

La cybersecurity è un problema per le aziende e Assolombarda cerca di contrastare i pericoli della rete grazie a un accordo con la Polizia postale.

L’associazione lombarda degli industriali ha varato un portale dedicato alle imprese dove ogni azienda avrà accesso in tempo reale alle informazioni fondamentali su malware, hackeraggi e tentativi di frode. Inoltre, ci sarà la possibilità di scaricare i programmi da utilizzare contro le minacce informatiche.

Cybersecurity alliance, la piattaforma di Assolombarda

Cybersecurity alliance è il nome della piattaforma di Assolombarda che attualmente è in fase di test con una quindicina di aziende dove opera un security manager. Da

settembre sarà disponibile per tutti gli associati e permetterà alle aziende di accedere agli articoli e alle segnalazioni della Polizia postale. In un altro senso le aziende potranno segnalare alla community (su richiesta, anche mantenendo l’anonimato) gli eventuali attacchi. Sarà possibile anche inoltrare denunce via web.

La piattaforma si inserisce nell’ambito di un protocollo sulla prevenzione degli attacchi informatici e delle frodi firmato tra Polizia di Stato e Assolombarda. In prospettiva potrebbe essere un servizio disponibile anche su base nazionale anche se nelle aziende ci sarebbe bisogno di persone in grado di maneggiare le informazioni. E se esiste un team che occupa di sicurezza probabilmente è già focalizzato su certi temi.

I dati della Banca d’Italia sulla spesa per la sicurezza

Oltre a numerose indagini anche la Banca d’Italia certifica il ritardo delle aziende italiane sul fronte della sicurezza informatica. Secondo via Nazionale in sette casi su dieci le imprese colpite da attacchi informatici devono destinare risorse aggiuntive al ripristino dei sistemi e sono costrette a rallentare l’attività. Tuttavia, in termini di importo, i danni restano abbastanza contenuti fatta eccezione per una parte delle imprese più grandi, quelle con più di 500 addetti.

La Relazione afferma che tra chi ha riportato almeno un attacco, nel 18,6% dei casi – quando si parla di imprese con oltre 500 addetti – il costo per rimediare ai danni varia tra 10mila e 50mila euro. La stessa spesa è affrontata dal 9,2% delle imprese tra 200 e 499 addetti e dal 13% di quelle nella fascia 50-199.

Le percentuali scendono visibilmente se si considerano costi tra 50mila e 200mila euro: si va dal 2,4% delle imprese più grandi allo 0,6% di quelle più piccole. Nel 92% dei casi, però, gli attacchi informatici costano meno di 10mila euro. Le aziende però continuano a spendere poco per proteggersi. Sempre Bankitalia stima che le imprese spendono in media circa 4.530 euro che diventano 3.500 per aziende a basso contenuto tecnologico mentre arrivano a quasi 20mila euro nelle grandi imprese dell’Ict.

Gli investimenti vanno in direzione soprattutto della formazione di base e per analisi sulla vulnerabilità delle reti. Un terzo arriva fino alla cifratura dei dati. E poi c’è quella che Banca d’Itailia definisce “asimmetria informativa” che permette a qualcuno di vendere soluzioni non adeguate contando sulla scarsa preparazione dei clienti.

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Finte fatture in Excel allegate alle email, come riconoscerle

01net - 5 giugno, 2018 - 09:01

Si sta diffondendo una campagna malware tramite email mirata a colpire utenze e aziende italiane, complice il periodo a elevata attività fiscale.

È stata rilevata da Yoroi e ripresa e rilanciata dal CERT PA.

Gli attacchi avvengono tramite l’invio di messaggi di posta fraudolenti con tematiche fiscali quali richieste, conferme e fatturazioni del mese di giugno.

Le email sono appositamente create al fine di indurre la vittima all’apertura di un documento Excel in grado di infettare il computer con Windows.

Yoroi consiglia di mantenere alto il livello di guardia nelle aziende, monitorare potenziali rischi di sicurezza, mantenere signature e sandbox aggiornate e verificare periodicamente la sicurezza degli apparati di rete.

A seguito dell’apertura, il foglio di calcolo malevolo scarica e mette in esecuzione una variante malware della famiglia Zeus/Panda, configurata per l’esfiltrazione di informazioni, keylogging, furto di password, token e cookie di sessione relativi a sessioni utente presso istituti bancari o finanziari quali Cedacri, Credem, Fineco, Gruppo Carige, Intesa Sanpaolo, Mps, Poste, Quercia, Banca Passadore, Friuladria, Bper, Inbank.

email, le caratteristiche

Mittenti falsificati individuati

@infinito.it, @acli.it, @provincia.arezzo.it, @poliziadistato.it, @mediaset.it, @formez.it, @comune.padova.it, @agenziadogane.it,  @istruzione.it, @mediaw.it, @marina.difesa.it, @comune.fi.it, @senato.it, @antonveneta.it, @sirti.it, @gruppopam.it, @entecra.it, @ausl.mo.it, @usl3.toscana.it, @unimi.it, @tiscali.it, @comune.sp.it, @comune.pv.it, @virgilio.it, @lycos.it, @pecveneto.it, @regione.lombardia.it

Oggetto

“Fatturazione e pagamento – giugno”
“fattura Giugno”
“fattura”
“Re: R: Richiesta”
“Conferma fattura”
“Invio fattura n° 000935 del 04/06/2018”

Allegato

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La campagna di attacco individuata risulta riconducibile al gruppo cybercriminale che dal 2017 è specializzato in attacchi basati su email malevole preparate apposta per il panorama digitale italiano.

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A Bari e Matera le prime prove di 5G in Italia

01net - 5 giugno, 2018 - 08:41

Il 5G italiano muove i primi passi.

Il consorzio di cui fanno parte Tim, Fastweb e Huawei ha presentato le prime applicazioni che mostrano le potenzialità della nuova tecnologia mobile.

A Matera è stato mostrato il primo scenario d’uso reale end to end, sviluppato dal Consorzio Bari-Matera 5G, a supporto del turismo digitale relativo alla valorizzazione del patrimonio culturale e artistico della Capitale europea della cultura 2019, mentre a Bari, invece, è stata presentata la soluzione di realtà aumentata per la manutenzione dei motori delle navi.

Il progetto prevede un investimento complessivo di 60 milioni di euro in quattro anni e prevede di raggiungere nelle due città una copertura del 75% della popolazione già entro la fine di quest’anno per arrivare ad una copertura integrale entro il 2019. L’obiettivo è quello di trasformare questi territori in un vero e proprio laboratorio digitale.

La virtual reality di Matera

Matera è protagonista del primo scenario d’uso reale end to end. La soluzione di Virtual Reality presentata da Giorgio Castelli, responsabile services innovation Tim, consente di visitare da remoto alcuni luoghi turistici.

Il visitatore, indossando un visore, è libero di muoversi nelle aree previste, avvicinarsi alle pareti, toccare gli oggetti vivendo un’esperienza innovativa e immersiva, potendo incontrare nel nuovo mondo virtuale anche altri visitatori, ubicati in luoghi fisicamente distanti da quello in cui si trova, interagire con essi oltre che seguire le indicazioni date da guida di Matera.

A Bari, invece, è stata presentata da Michele Gramegna, responsabile attività industriali Isotta Fraschini Motori, la soluzione di realtà aumentata per la manutenzione dei motori delle navi sviluppata dal Consorzio Bari-Matera 5G.

Grazie all’utilizzo di uno Smart Helmet e alle performance della rete, ad alta velocità e bassa latenza, è possibile fornire assistenza remota agli operai impegnati nelle attività di montaggio e smontaggio del motore di una nave, attraverso l’assistenza e la ricezione di indicazioni tridimensionali che si sovrappongono all’immagine del motore. L’applicazione consente una maggiore velocità, efficacia e qualità delle attività manutentive e formative del personale.

 

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Il lavoro flessibile vicino al punto di svolta

01net - 5 giugno, 2018 - 08:27

IWG ha pubblicato uno studio globale basato sulle valutazioni di oltre 18.000 manager in 96 aziende in fatto di lavoro flessibile.

Si tratta di una rilevazione che conferma che il 70% dei dipendenti lavora almeno un giorno alla settimana in un luogo diverso dall’ufficio.

Più della metà, il 53%, lavora da remoto per metà settimana o più, mentre circa l’11% svolge le proprie mansioni fuori dalla sede principale della propria azienda cinque volte a settimana.

Per Mauro Mordini, Country Manager di Regus Italia, “Siamo entrati nell’era del lavoro flessibile e questa è una sfida entusiasmante non solo per i lavoratori ma anche per le aziende. Il cambiamento è epocale e implicherà anche valutazioni da parte delle aziende per ciò che concerne i loro portafogli immobiliari”.

Sono oltre 18.000 i professionisti di diversi settori industriali in 96 Paesi  intervistati nell’ambito dell’indagine IWG sul lavoro flessibile. Il campione è tratto da un database di contatti IWG di oltre 2,1 milioni di manager o imprenditori. Le interviste sono state fatte online nel gennaio 2018 e i contatti sono stati estratti tra clienti, potenziali clienti e dirigenti di circa 100 paesi. Il sondaggio è stato gestito in modo indipendente da MindMetre Research.

Lo studio di IWG ha rilevato anche che le aziende che hanno messo in atto strategie di flessibilità per i propri dipendenti hanno tratto vari benefici dalla scelta.

E li sintetizza così:

  • Crescita del business (89% – dal 67% del 2016)
  • Competitività (87%, in aumento rispetto al 59% del 2014)
  • Produttività (82%, in aumento rispetto al 75% del 2013)
  • Attrarre e mantenere i migliori talenti (80%, in aumento rispetto al 64% del 2016)
  • Massimizzazione dei profitti (83%)

Il sondaggio IWG ha rivelato che la nuova modalità flessibile non solo riduce il tempo del pendolarismo, ma migliora la produttività, fidelizza il personale, aumentandone la soddisfazione e persino la creatività. A questo si aggiungono i vantaggi finanziari.

Il lavoro flessibile visto da chi lo fa

Il passaggio a spazi flessibili riflette le nuove esigenze e le nuove aspettative dei lavoratori. L’80% degli interpellati sostiene che il lavoro flessibile aiuta a mantenere i talenti migliori, mentre per il 64% questa modalità di lavoro consente di attrarre talenti.

Il 58% ritiene che l’offerta flessibile aumenta la soddisfazione del lavoro, dimostrando la necessità per le imprese di fornire ambienti di lavoro adatti alle nuove esigenze dei dipendenti, al fine di mantenere una forza lavoro di eccellenza.

Il 91% degli intervistati sostiene che gli spazi flessibili, aumentano la produttività dei dipendenti in movimento, con evidenti vantaggi per le aziende.

Non solo startup

Dal sondaggio emerge che il lavoro flessibile e gli spazi condivisi non sono più solo destinati alle startup.

Le aziende di maggior successo al mondo, tra cui Etihad Airways, Diesel, GSK, Mastercard, Microsoft, Oracle and Uber, stanno già adottando un approccio allo spazio di lavoro flessibile.

Mordini sottolinea che: “I cambiamenti nel mondo ICT hanno portato a un crescente utilizzo dei servizi on demand con strutture di qualsiasi dimensione che vogliono esternalizzare sempre maggiormente le attività non strategiche. Il lavoro flessibile, supportato da una rete di aree on demand professionali, è ora oggetto di discussione da parte del management di tutte le funzioni aziendali, tra cui il risk management, lo sviluppo del business, le risorse umane e le funzioni di marketing e strategia“.

E conclude dicendo che “Un giorno, non molto lontano, il lavoro flessibile potrebbe semplicemente essere chiamato lavoro. Stiamo raggiungendo il punto di svolta”.

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