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iOS 11.4, tutte le novità del nuovo aggiornamento

01net - 31 maggio, 2018 - 13:15

iOS 11.4 è disponibile come aggiornamento software per iPhone e iPad. L’update introduce finalmente AirPlay 2, dopo alcune false partenze della nuova generazione della tecnologia audio di Apple. AirPlay 2 abilita la possibilità di creare, grazie all’ausilio della rete domestica, un sistema audio wireless multi-room. Quindi di ascoltare musica o podcast in streaming in ogni stanza della casa su dispositivi diversi, tutti sincronizzati. E con la consueta semplicità di iOS.

L’utente ha la possibilità di selezionare o deselezionare i singoli altoparlanti nel Centro di Controllo. È anche possibile chiedere a Siri di riprodurre la musica in una stanza specifica. Così come in un gruppo di stanze o in tutta la casa.

Possiamo rispondere a chiamate o continuare a giocare su iPhone e iPad senza interrompere la riproduzione di contenuti AirPlay 2. HomePod, lo speaker smart di Apple, supporta automaticamente le funzionalità di AirPlay 2. Inoltre iOS 11.4 consente di configurare una coppia stereo di HomePod utilizzando iPhone o iPad.

I controlli di AirPlay 2 sono a portata di mano in tutte le app e nel Centro di Controllo di iOS 11.4. Come iPhone e iPad, HomePod potrà comunicare con altri altoparlanti compatibili con AirPlay 2 non appena saranno disponibili. In questo modo sarà possibile usare Siri per controllare la musica riprodotta anche da dispositivi di terze parti. Diverse aziende hanno già annunciato che avrebbero supportato AirPlay 2 non appena fosse stato reso disponibile. Ad esempio Sonos, Bang & Olufsen, Bose, Bowers & Wilkins, Denon, Marantz, Marshall, Naim, Pioneer e altre.

Messaggi su iCloud e altre novità di iOS 11.4

AirPlay 2 era la novità più attesa ma non è affatto l’unica di questo aggiornamento software per iPhone e iPad. Un’altra interessante funzione nuova è Messaggi su iCloud. Questa funzionalità consente di salvare messaggi, foto e altri allegati su iCloud e permette di liberare spazio sul dispositivo iOS. Consente anche di visualizzare tutti i messaggi quando eseguiamo l’accesso tramite lo stesso account iMessage su un nuovo dispositivo. iOS 11.4 introduce dunque l’inserimento di iMessage nella piattaforma di sincronizzazione iCloud. I messaggi e le conversazioni che eliminiamo vengono istantaneamente rimossi su tutti i dispositivi legati al nostro account. Per quanto riguarda la sicurezza, le conversazioni sono codificate tramite crittografia end-to-end.

Un ulteriore miglioramento è indirizzato agli utenti dell’ambito education. iOS 11.4 consente ai docenti di assegnare ai propri studenti attività di lettura su iBooks tramite l’app Schoolwork. L’aggiornamento software per iPhone e iPad introduce inoltre una lunga lista di bug fix.

Risolve i seguenti problemi.

  • Con alcune sequenze di caratteri, l’app Messaggi poteva chiudersi in modo inatteso.
  • Un problema dell’app Messaggi per cui alcuni messaggi potevano non venire visualizzati nell’ordine corretto.
  • Safari che poteva impedire di eseguire il login o di accedere ai file su Google Drive, Google Docs e Gmail.
  • Un problema che poteva impedire la corretta sincronizzazione dei dati dell’app Salute.
  • Un bug che impediva agli utenti di modificare le app a cui consentire l’accesso ai dati sanitari.
  • Un problema per cui le app venivano visualizzate in posizioni non corrette sulla schermata Home.
  • L’audio di CarPlay poteva risultare distorto.
  • Su alcuni veicoli, riproducendo musica tramite Bluetooth o USB, non era possibile selezionare brani da iPhone.

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I cambiamenti climatici si contrastano con blockchain

01net - 31 maggio, 2018 - 12:48

I carbon credit sono un meccanismo comune utilizzato per contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica che alimentano i cambiamenti climatici che possono rappresentare un ulteriore ambito di sviluppo per blockchain.

La società Veridium Labs, con l’assistenza di Ibm, ha sviluppato una soluzione che utilizza la blockchain per seguire le modalità di acquisto e vendita dei crediti da parte di aziende o altri soggetti.

Il tetto massimo per i crediti ha consentito il rilascio di anidride carbonica, ma ha permesso alle aziende che non lo raggiungono di vendere i crediti a coloro che lo superano. I sistemi di crediti consentono anche alle aziende di pagare altre aziende che si occupano di foreste per compensare le proprie emissioni.

Blockchain vuole dire fiducia

In questo ambito, come è nella sua natura, blockchain ha il compito di creare fiducia in qualsiasi tipo di sistema che registri le transazioni. La tecnologia infatti distribuisce copie del libro mastro su numerosi computer in modo che tutti in una rete lavorino su un singolo record di tutte le transazioni – un record resistente alla manomissione e facile da controllare. Si tratta di un enorme passo avanti rispetto ai laboriosi sistemi di riconciliazione e agli intermediari per garantire che tutti siano d’accordo sul fatto che l’azienda A ha davvero pagato l’azienda B.

Le risorse digitali basate su Blockchain, o token, consentono modi innovativi per acquistare e utilizzare la compensazione del carbonio sottostante, poiché possono muoversi e stabilirsi rapidamente sulle reti – spiega una nota di Ibm a proposito del progetto -. Integrando l’intero processo di contabilizzazione e compensazione del carbonio in un token digitale su una rete pubblica, si può contribuire a misurare l’impatto ambientale, trasferire i diritti di proprietà e riscattare la compensazione del carbonio sottostante in modo più efficiente“.

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Monitoraggio e sicurezza reti, arriva Flowmon Networks

01net - 31 maggio, 2018 - 11:07

Flowmon Networks, società della Repubblica Ceca che produce soluzioni avanzate per il monitoraggio e la sicurezza delle reti, apre una sede commerciale nel nostro paese affidandola ad Angelo Sbardellini, che sarà responsabile anche del mercato maltese.

Flowmon è una piattaforma multitenant capace di integrare diverse funzionalità e installabile in qualsiasi rete. Include il necessario per ottenere un monitoraggio complessivo dei flussi di rete garantendo una totale visibilità in termini di NPMD (Network Performance Monitoring and Diagnostics) indipendentemente dagli apparati di rete utilizzati.

Flowmon effettua raccolta dati, visualizzazione del traffico, analisi dei flussi di rete e archiviazione delle statistiche di rete. Il suo motore machine-learned based rileva le anomalie di rete (Flowmon ADS: Anomaly Detection System), i comportamenti sospetti e le minacce che talvolta sono in grado di bypassare i tradizionali tool di sicurezza come firewall e antivirus (inclusi malware zero day).

La soluzione può inviare flussi di informazioni e alert alla maggior parte dei SIEM (Security Information and Event Management) in commercio.

Angelo Sbardellini ha oltre 25 anni di esperienza nel mondo ICT. Ha lavorato in Sipac, Azlan, Attachmate, Fortinet e IronPort. Nel 2008 è entrato in Cisco come Product Sales Specialist Security Italy. Nel 2014 è approdato in Avnet (oggi Tech Data) come Security Business Development Manager

Il sistema consente di monitorare gli applicativi per statistiche sulle performance di utente e database APM (Application Performance Monitoring) in ambiti quali, ad esempio, il commercio elettronico.

Flowmon è in grado di rilevare e mitigare attacchi di DDoS di tipo volumetrico.

La soluzione può essere fisica o virtuale, oppure in entrambe le modalità, e può essere installata sia come soluzione on-premise sia in modalità servizio per NOC/SOC, o in Cloud.

La varietà delle minacce esterne alle reti aziendali è ampia e in costante evoluzione – dice Sbardellini -. Flowmon offre una soluzione di sicurezza integrata potente e flessibile, configurabile sulle specifiche esigenze e caratteristiche delle reti e delle applicazioni da proteggere“.

Flowmon è nata nel 2007 come spin-off tecnologico fondata da scienziati appartenenti a università della Repubblica Ceca e il CESNET. Conosce un rapido sviluppo e già nel 2012 ha partner e clienti nei cinque continenti. Dal 2016 Gartner l’ha inserita nel Magic Quadrant relativamente a Network Performance Monitoring and Diagnostics

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Come valutare le piattaforme per i chatbot

01net - 31 maggio, 2018 - 10:15

In rete è possibile trovare numerose piattaforme per realizzare chatbot. Per valutarle bisogna tenere conto di una serie di parametri che vanno dal costo dell’abbonamento, agli elementi, (dopo aver costruito un bot come lo si può utilizzare?), le caratteristiche per l’utilizzo nel commercio elettronico (può un bot raccogliere i pagamenti?), i dati raccolti per le analisi sugli utenti, la loro integrazione con gli esseri umani che permette al dipendente di prendere in consegna una chat e l’integrazione con i Crm più diffusi.

Chatfuel negli ultimi 3 anni è diventata una delle piattaforme di chatbot building più popolari e facili da usare. Hanno iniziato a costruire bot per Telegram, ma sono diventati veramente famosi solo dopo aver aggiunto la possibilità di creare bot per Facebook. Un piano gratuito dà accesso a tutte le funzioni di base. Tuttavia, In questo caso però il bot avrà scritto “powered by Chatfuel”. Per utilizzare tutte le funzioni si devono pagare circa 30 dollari. Il bot può visualizzare video, audio e immagini. Inoltre, è possibile ritardare le risposte fino a 20 secondi. C’è anche un pulsante di condivisione e uno di chiamata. Il bot di Chatfuel accetta pagamenti e offre una serie di statistiche sull’utilizzo. E’ possibile anche creare modelli di risposta anche se non c’è una funzionalità che permette a un essere umano di prendere in consegna il bot. Sono previste anche numerose possibilità di integrazione con Google Site Search che visualizza la ricerca del sito nel bot, ma anche con Instagram, Google Docs, Youtube, ecc.

Molti scelgono Botsify perché non richiede abilità di codifica per creare un bot. È possibile utilizzare il piano gratuito o passare a quelli a pagamento da dieci dollari mensili. I bot di Botsify sono alimentati dal machine learning. È possibile registrare tutti i messaggi che i bot non sono riusciti a rispondere e insegnargli a rispondere a queste domande nel modo desiderato. Botsify permette l’integrazione con tutti i più diffusi sistemi di pagamento. È possibile anche fare promozioni push. Oltre a una buona quantità di dati per le analisi il sitema può essere integrato con i più diffusi sistemi di analisi come Dashbot. Inoltre, sulla base dei colloqui con il bot, un manager può estrarre la posizione di un utente, i nomi che un cliente ha usato. E se il bot non ce la fa può intervenire l’essere umano. L’integrazione con il Crm può essere fatte in modo molto semplice.

Manychat offre un piano gratuito con funzionalità limitate (un cliente vedrà il marchio di Maychat mentre parla con un bot). Per la personalizzazione bisogna sottoscrivere un abbonamento che parte da 15 dollari. Il bot comprende gallerie, accessori, tastiera emoji integrata, risposte rapide e ritardate, pulsante di chiamata, ma non accetta pagamenti. L’utente dovrà essere reindirizzato al sito web. E’ possibile visualizzare i report di monitoraggio dei messaggi inviati e aperti e può essere integrato con le piattaforme più diffuse.

Chattypeople è completamente gratuito per Messenger. Ha funzionalità semplici ma necessita di un agent per l’assistenza clienti. Può essere integrato con Shopify per monetizzare le fan page di Facebook. Non offre la possibilità di analisi avanzate e può essere disabilitato per permettere l’intervento di un operatore umano. Lo strumento utilizza l’elaborazione del linguaggio naturale in modo che sia comodo per un utente chattare con un bot. Inoltre, è possibile collegare il bot a qualsiasi canale di comunicazione. Accetta pagamenti e offre tutti i tipi di metriche riguardanti il processo di formazione del bot in modo da poterlo rendere più intelligente.

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Vending di birra, la verifica dell’identità si fa con blockchain

01net - 31 maggio, 2018 - 09:24

A prima vista la vendita di birra dovrebbe avere poco a che fare con blockchain. Invece anche la bionda bevanda può incontrare la blockchain se fa parte della partnership tra la piattaforma di verifica dell’identità Civic, l’azienda distributrice di distributori automatici Innovative Vending Solutions, e il gigante della birra Anheuser-Busch.

Dall’iniziativa delle due aziende prende vita il primo distributore al mondo di “birra criptata“. Usando la tecnologia buzzworthy, questa nuova macchina può verificare l’età degli acquirenti prima di sbloccare una lattina di Budweiser.

Gli aspiranti bevitori eseguono la scansione di un codice Qr con l’applicazione Civic che verifica che la persona abbia superato l’età legale per bere e dispensa una lattina di Budweiser. Tutto questo in forma anonima, perché i sistemi Civic hanno già verificato i dati personali dei propri utenti, compresa l’età.

Una app per verificare l’età

Per utilizzare il nuovo distributore automatico, è necessario prima verificare la propria identità nell’applicazione che utilizza poi blockchain per interagire con il distributore automatico e assicurarsi che l’acquirente abbia più di 21 anni. Da lì, la macchina scansiona la faccia dell’utente per autenticare che la persona che tiene il telefono cellulare è chi dice di essere, e se tutto va come previsto, la macchina emette la lattina una birra fredda.

Al di là dell’esempio di un distributore automatico di birra, Civic ne fa un esempio per un sistema che potrebbe essere utilizzato per una migliore sistema di verifica dell’età in generale. “Con oltre 190 paesi e i relativi documenti d’identità, è difficile conoscerli tutti”, ha scritto l’azienda sul suo blog. “Inoltre, diamo potere decisionale a persone che spesso non sono qualificate per affrontare la complessità della verifica dell’identità. Sono i custodi scelti che permettono alle persone di entrare in bar, club, casinò o di acquistare prodotti limitati all’età come l’alcool“.

Attualmente, le macchine per la birra a distribuzione automatica, richiedono un tradizionale controllo di identificazione in qualche punto del processo, presso il punto di entrata o presso il punto vendita. Il sistema di verifica Civic potrebbe teoricamente automatizzare questo processo ed eliminare la necessità di “custodi” (oltre ad avere qualcuno intorno a che fare con eventuali problemi che sorgono), ma per ora Civic dice che non ha intenzione di commercializzare questo distributore automatico di birra. “È una dimostrazione per mostrare un modo pratico di portare la tecnologia crittografica a un pubblico mainstream“.

Perché secondo Civic la loro soluzione può essere utile anche per i siti web. I codici Id, è l’opinione della società, forniranno agli utenti un modo sicuro e indipendente per verificare i profili dei social media o blog, indipendentemente dalla piattaforma, con un link univoco e un profilo verificato tramite la catena di blocchi.

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Business software alliance, il rapporto italiano

01net - 31 maggio, 2018 - 09:07

Secondo la Bsa, Business software alliance, l’associazione dei produttori di software che combatte contro la pirateria, arriva a quasi 57mila euro la somma che in media nel 2017 una Pmi italiana non in regola con le licenze software ha pagato per sanare la situazione.

Il dato, in attesa del rilascio della 2018 Global Software Survey, l’indagine biennale sulla diffusione a livello globale dei software privi di licenza, riguarda il risarcimento dei danni causati dalla violazione del diritto d’autore, a cui si aggiungono gli accordi transattivi con i produttori e l’acquisto i nuovi software.

Bsa dice che le aziende che utilizzavano software pirata nel 2017 hanno pagato complessivamente oltre 1,3 milioni, contro i circa 950mila euro del 2016, con un aumento del 37%. In questo computo sono esclusi i danni reputazionali, quelli all’immagine, gli altri costi legali e le spese indirette.

Pirateria diffusa in Italia

Nei prossimi mesi, annuncia Bsa, è in programma una intensificazione delle azioni di contrasto. Il tasso di positività delle azioni rimane infatti molto alto, con l’individuazione di illeciti nelle aziende sotto verifica.

Nel 2017 sono arrivate a Bsa Italia ben 444 segnalazioni contro le 322 del 2016. Per quanto riguarda il 2018 si registra un vero e proprio exploit: nel primo quadrimestre sono state superate le 400 segnalazioni.

La diffusione dei software privi di licenza è trasversale e riguarda tutti i settori con un’incidenza che può arrivare anche a un caso su due.

I principali trasgressori del 2017 sono state le aziende che operano nell’area information technology, le società di vendita e le imprese manifatturiere, seguite da vicino dalle aziende grafiche, pubblicitarie e dagli studi di architettura.

La classifica dei programmi più copiati vede Windows e la suite Office, quelli di Adobe per il fotoritocco e Autocad di Autodesk.

La diffusione della pirateria in Italia non è una novità. Un’indagine sempre di Bsa dello scorso anno indicava che circa l’80% dei dipendenti di Pmi italiane ritiene che pratiche illegali o comunque contrarie all’etica siano comuni tra le imprese.

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La voce entra nell’intelligenza artificiale: axélero adotta Spitch

01net - 31 maggio, 2018 - 08:07

axélero ha scelto le soluzioni voce di Spitch, società svizzera specializzata in analisi del linguaggio parlato, per integrare l’offerta di axel.ai, la piattaforma di intelligenza artificiale di ispirazione quantistica progettata da axélero Next.

L’integrazione con servizi vocali consente di convertire il linguaggio naturale in testo e viceversa, permettendo agli utenti di axel.ai un’interazione di alta qualità, anche tramite il canale telefonico.

Inoltre, l’integrazione include la possibilità di offrire la sentiment analysis, così come verifica e identificazione degli interlocutori in ogni interazione vocale. Spitch è stat scelta perché offre una tecnologia compatibile al 100% con la piattaforma axel.ai e con gli standard qualitativi adottati.

Per Stefano Mancuso, Head of axélero Next, “grazie alla combinazione di algoritmi di machine learning semantici e fonetici, axel.ai può offrire un servizio migliore nei campi in cui la voce è il canale di comunicazione preferito. Ora siamo in grado di fornire sentiment analysis e servizi di riconoscimento biometrico dall’impronta vocale, con miglioramento della customer experience”.

Per Piergiorgio Vittori, Global Development Director e Country Manager Italy di Spitch,Stiamo offrendo una customer experience di livello superiore, indipendentemente dal canale di interazione, come parte del processo di trasformazione digitale a vantaggio di qualsiasi tipologia di cliente: diamo un miglior servizio ottimizzando i costi.”

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Sicurezza fra blockchain e machine learning

01net - 31 maggio, 2018 - 07:56

Secondo un rapporto di Security Intelligence, “il costo globale della criminalità informatica raggiungerà i 2.000 miliardi di dollari entro il 2019, un triplice aumento rispetto alla stima di 500 miliardi di dollari del 2015”. I cybercriminali stanno hackerando il sistema a una velocità incredibile. E le contromisure passano per l’adozione di nuove tecnologie come blockchain considerate sicure. Per questo Idc ritiene naturale che blockchain rientri nel portafoglio della sicurezza informatica perché, prima di tutto, migliora la sicurezza dei dati quando le transazioni vengono elaborate nell’ambiente distribuito.

Si fa strada l’utilizzo di blockchain

Il decentramento della tecnologia che rende la catena del blocco un bene prezioso in materia di sicurezza informatica. L’utilizzo di blockchain si sta facendo strada, ma in alcune regioni la tecnologia si trova ad affrontare una battaglia normativa in salita che ne sta ostacolando l’efficacia. La tecnologia in sé viene ritenuta un’opportunità, ma poiché è spesso legata alla criptovalute iniziano a essere presenti un sacco di leggi e regolamenti governativi che ostacolano le Ico (Initial coin offering) e non tanto blockchain.

Questo si traduce in una sorta di blocco all’innovazione tecnologica di blockchain, perché una volta vietata, è improbabile che le società tecnologiche crescano in questi paesi, in quanto la raccolta di fondi attraverso le Ico è il modo convenzionale in cui le nuove imprese blockchain danno il via ai loro progetti. Le monete virtuali che hanno fatto la fortuna di blockchain rischiano quindi di frenarne la corsa almeno in Corea o Cina. Avvantaggiando magari le società americane ed europee che non hanno ancora dovuto subire questi tipo di blocchi.

Security by design per l’IoT

Problemi di sicurezza esistono anche nell’Internet of Things, dove, sempre secondo la società di ricerca, è particolarmente importante che la sicurezza informatica sia integrata nel design del prodotto offerto. L’industria sanitaria, in particolare, sta sfruttando alcune delle opportunità offerte dalle tecnologie dell’internet degli oggetti.

Anche il machine learning può essere molto utile per la sicurezza. Poiché una grande quantità di dati si riversa nelle organizzazioni, diventa noioso per gli analisti analizzare e determinare dove esattamente il malware è stato iniettato. E quando il malware viene rilevato in una rete, i processi successivi, come la comunicazione con gli amministratori, richiedono molto tempo. Si tratta in genere di un processo lento. Tutte queste ragioni hanno generato la necessità di tecnologie più avanzate e capaci che potessero aiutare gli analisti a rilevare il malware e a proteggere i loro sistemi. L’apprendimento automatico può essere d’aiuto anche perché permette l’analisi predittiva. Sulla base dei set di dati, l’apprendimento automatico è in grado di prevedere dove, come e quando un hacker collocherà un malware. Il Machine learning può anche consigliare le azioni che potrebbero essere utili per proteggere il sistema. Gli algoritmi di apprendimento automatico trovano modelli nei dati e ne acquisiscono conoscenza, una volta che le reti sono state addestrate con i set di dati.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Collegata al machine learning c’è l’intelligenza artificiale che può aiutare a fare fronte ai 230mila nuovi campioni di malware che ogni giorno vengono lanciati. La media delle piccole e medie imprese è vittima di 44 attacchi informatici al giorno. In questo momento, il mercato è convinto che l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico e l’analisi comportamentale contribuiranno a risolvere questi problemi.

Tuttavia, una conseguenza non voluta di queste tecnologie emergenti potrebbe potenzialmente essere rendere la vita dei Ciso e dei loro team molto più difficile. Oggi, tutto ciò che Ia identifica come anomalia è considerato una minaccia potenziale. Il problema di questo approccio è che molte di queste minacce sono falsi positivi. Secondo una recente indagine, il 37% delle grandi imprese riceve più di 10.000 allarmi al mese. Inoltre, il 52% di questi allarmi è costituito da falsi positivi e il 64% da allarmi ridondanti. Utilizzando i sistemi attuali, le aziende sono poi lasciate ad esaminare manualmente migliaia di falsi positivi generati ogni mese dall’Intelligenza artificiale.

I sistemi attuali non dispongono dei dati contestuali necessari per fornire agli analisti della sicurezza gli strumenti per una valutazione ponderata delle minacce. Emerge anche la necessità di una nuova generazione di analisti di sicurezza. Dotato degli strumenti adeguati, questo ruolo emergente migliorerà le politiche di sicurezza esistenti. Gli analisti si baseranno sul lavoro di Intelligenza artificiale, apprendimento automatico e analisi comportamentale rendendo i dati più consumabili e comprendendo le soglie di rischio in base al contesto. Con strumenti che aiutano ad assemblare e interpretare i segnali necessari per individuare e valutare le minacce, gli analisti della sicurezza non avranno bisogno di un background profondo nel modellamento dei dati o nell’interrogazione dei database.

Questa nuova generazione di analisti della sicurezza affronterà il problema della riduzione dei falsi positivi in tempo reale. Allo stesso tempo, gli analisti della sicurezza armati degli strumenti giusti passeranno da una posizione difensiva di risposta alle minacce dopo che si sono verificate (a volte diversi mesi dopo), a quella di offesa e di aiuto nell’identificare i potenziali attacchi in corso prima che abbiano avuto un impatto catastrofico sull’organizzazione.

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Un webinar per conoscere Creo 5.0, il CAD che anticipa il futuro

01net - 30 maggio, 2018 - 14:44

Martedì 5 giugno alle ore 11:00 si terrà il webinar “Creo 5.0: la soluzione CAD che anticipa il futuro”.

Ci si può iscrivere gratis al webinar di PTC per scoprire come Creo 5.0 consente alle aziende di accelerare l’innovazione e costruire prodotti eccellenti più rapidamente recuperando i progetti migliori e sostituendo le ipotesi con i fatti.

Grazie a Creo 5.0 le idee concettuali possono essere trasformate in prodotti intelligenti e connessi, collegando il mondo fisico e digitale con funzionalità di realtà aumentata in ogni postazione.

Inoltre, il nuovo software introduce straordinarie funzionalità nelle aree dell’ottimizzazione topologica, nella produzione additiva e sottrattiva, nella fluidodinamica computazionale e nel CAM.

ISCRIVITI ORA

 

La nuova soluzione CAD di PTC CREO 5.0 introduce funzionalità estremamente innovative nell’additive manufacturing, nell’ottimizzazione topologica e nella simulazione.

I contenuti del webinar

Questi i temi in primo piano analizzati nel corso del webinar, anche attraverso una dimostrazione che simulerà l’utilizzo di queste funzionalità in un processo reale:

  • Miglioramenti della produttività
  • Funzionalità multicad per lavorare con un unico sistema
  • Produzione additiva e sottrattiva
  • Analisi dei flussi
  • Ottimizzazione topologica

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Appian, lo sviluppo con il codice è un lontano ricordo

01net - 30 maggio, 2018 - 09:33

Oggi tutte le organizzazioni vogliono scrivere applicazioni proprie, tagliate su esigenze specifiche. Questo perché il software è lo strumento che permette di differenziare un’azienda da un’altra. È il software che consente di avere una struttura ben organizzata, di crescere e di offrire un migliore servizio ai clienti. Quasi tutte le aziende oggi vogliono essere delle software company ma non sempre sanno come raggiungere questo risultato, come scrivere il codice. Assumono sviluppatori, spesso ottimi sviluppatori, ma realizzare un’applicazione richiede tanto tempo ed è molto costoso. Inoltre, non sempre tali applicazioni sono adatte ai dispositivi più recenti”. A tratteggiare questo panorama è Matt Calkins il quale, insieme a Michael Beckley, Marc Wilson e Bob Kramer, nel 1999 ha fondato Appian.

L’azienda offre una piattaforma aziendale per la trasformazione digitale che, attraverso un approccio low-code, consente alle organizzazioni di ridisegnare l’esperienza dei clienti, ottimizzare le operation e avere il controllo sul rischio globale in modo semplice e rapido. Grazie all’utilizzo di tecnologie di Business Process Management (BPM) e Case Management, Appian riduce in modo sostanziale i tempi di sviluppo e distribuzione di applicazioni, sia on-premise sia su cloud.

Un apprendimento rapido

Appian rende la creazione di un’applicazione particolarmente semplice – precisa Calkins – perché permette di realizzarla disegnandola anziché scrivendone il codice. Con la nostra piattaforma si lavora con delle figure geometriche, come se si stesse realizzando un diagramma di flusso. In questo modo si esprime in forma grafica cosa si vuole che il software faccia. Realizzare un’applicazione è molto intuitivo, perché si tratta di creare degli oggetti e di metterli assieme, come se si mettessero assieme dei tasselli di un puzzle”.

Il Ceo di Appian Matt Calkins

Ovviamente è richiesto un processo di apprendimento per imparare la logica che sta alla base del funzionamento della piattaforma di sviluppo di Appian, ma, assicura Calkins, basta un paio di settimane di training per diventare sviluppatori Appian a tutti gli effetti e poter quindi utilizzare in modo efficace uno strumento che consente di dar vita a un software in “tempi che possono essere fino a 20 volte più rapidi rispetto allo sviluppo tradizionale”, sottolinea Calkins. Che aggiunge: “Non si tratta solo di velocità, ma anche di qualità delle applicazioni. Infatti quelle create con i nostri strumenti sono facili da modificare, si integrano con i sistemi presenti in azienda e, soprattutto, è semplice portarle su molteplici piattaforme, dal cloud a ogni tipo di device. Anche su quelli che ancora non sono stati realizzati quando l’applicazione è stata creata”.

In questo senso, non serve una ricompilazione perché un’applicazione creata con Appian non viene mai compilata. L’applicazione stessa memorizza le intenzioni dell’utente in fase di sviluppo grafico e, se tra queste c’era l’esigenza di essere usata su più dispositivi, quando se ne presenta la necessità è già pronta ad assolvere il compito. In pratica, ogni dispositivo che deve usare tale applicazione deve installare una sorta di interprete che sia in grado di riconoscere gli oggetti che compongono l’applicazione stessa e di svolgere le attività previste da tali oggetti.

Maggiore sicurezza

Oltre alla rapidità di sviluppo e alla portabilità, il terzo aspetto su cui Calkins mette l’accento è la sicurezza. “Della sicurezza ci facciamo carico direttamente noi. E la gestiamo al meglio. In alcune organizzazione le applicazioni diventano vecchie e sono soggette agli exploit, oppure non sono aggiornate all’ultima versione o non hanno installate tutte le patch di sicurezza. Questo è molto pericoloso. Ma se, come facciamo noi si conservano oltre 100 applicazioni in un unico posto è molto più facile gestire la sicurezza. Ed è molto meglio anche per l’integrazione, perché se mettiamo tutte le sorgenti di dati assieme abbiamo un’unica definizione di ogni cosa e quindi non si devono avere cose differenti in luoghi differenti. Noi riuniamo anche tutti gli utenti in unico posto e questo rende possibile la condivisione di idee in tempo reale e abilita la comunicazione tra tutti loro. Tutti i nostri upgrade sono semplici e automatici”.

Una domanda sorge spontanea. Date le sue caratteristiche sembra che con la piattaforma Appian sia possibile realizzare ogni tipo di applicazione. È davvero così? “Si possono creare molte applicazioni – è la risposta di Calkins –. Il settore per cui lo sviluppo con Appian è più diffuso è quello di app per il decision making all’interno delle grandi organizzazioni. Ma le app create con Appian sono usate in molte delle più importanti aziende per impieghi molto differenti, come per esempio nelle banche, negli enti governativi, nelle aziende farmaceutiche, nel mondo retail e tra le più grandi realtà dell’energia”.

Secondo quanto afferma Calkins, la piattaforma Appian è piuttosto diffusa anche in Italia, in particolare negli enti governativi, nel retail, nella moda e nel manufacturing. Calkins cita solo un esempio, ma sicuramente esemplificativo: “Pirelli sta usando 70 applicazioni realizzate con Appian”.

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Le startup del food tech trovano casa a Milano

01net - 30 maggio, 2018 - 09:20

Nasce FoodForward, un programma di accelerazione dedicato ai progetti innovativi e startup del settore food e retail, presentato nel corso di Seed&Chips, the Global Food Innovation Summit.

Una iniziativa coordinata da Deloitte con Amadori, Cereal Docks e Gruppo Finiper che coinvolge oltre alla manifestazione milanese anche Innogest, Digital Magics e FederalimentareGiovani.

L’obiettivo è fare di Milano un hub del foodtech a livello globale.

FoodForward è subito operativo: fino al 29 luglio è aperta la call per fare application al programma di accelerazione. Verranno selezionate fino a 7 startup che dall’inizio del programma avranno accesso a un investimento iniziale in equity di 150.000 euro complessivi, e a un supporto in termini di servizi e di consulenza pari a un controvalore fino a 350.000 euro.

Inoltre, al termine del programma di accelerazione i partner del progetto hanno già confermato la volontà di effettuare ulteriori investimenti fino a 1 milione di euro. L’application e tutte le informazioni relative al programma di accelerazione di FoodForward si possono trovare QUI.

Le startup di Seed&Chips

La presentazione dell’acceleratore è uno degli eventi che ha caratterizzato Seed&Chips, l’evento milanese dedicato all’innovazione nel food. Le startup sono state le vere protagoniste della rassegna dove era possibile scoprire come AgroStreetFood, un social network in cui gli agricoltori possono caricare il loro profilo per intercettare la domanda di prodotti locali dei turisti.

Nanomnia, un’azienda veneta che ha proposto l’applicazione delle nanoparticelle al settore agricolo. L’azienda, per esempio, è in grado di progettare un micro-involucro per gli agrofarmaci in modo che siano meglio assimilati dalla pianta. Oppure un micro-guscio per i fertilizzanti, in modo che non si degradino subito nel terreno. L’idea è di utilizzare un processo di nano-incapsulamento per superare barriere biologiche o prevenire la degradazione.

Idroplan si dedica all’irrigazione di precisione. La soluzione ideata dalla startup prevede che il sistema raccolga informazioni da sensori pensati per il vigneto che misurano la temperatura dell’aria, l’umidità atmosferica e quella del suolo. I dati vengono caricati in cloud Ed elaborati da un algoritmo che tiene conto anche delle informazioni sul vigneto e li confronta con le previsioni meteorologiche. Graie a tutto questo l’irrigazione viene effettuata solo quando è necessario con un evidente risparmio di acqua.

La trentina BlueTentacles vuole trasformare l’rrigazione della zona che prevede sistemi a goccia. Grazie a un software gli impianti diventano di precisione e consigliano all’agricoltore quando irrigare, mentre AgroSmart, startup lituana, fa ricorso alle telecamere iperspettrali montate su velivoli senza pilota per raccogliere informazioni dai campi.

Cambridge Crops, startup Usa, ha messo a punto un film di bioplastica, commestibile e non tossico, con il quale ricoprire frutta e verdura. Il biofilm scherma il prodotto dall’ambiente esterno impedendo lo scambio di gas e rallentandone decadimento e l’aggressione di microrganismi.

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Influencer, come i big data cambiano il marketing

01net - 30 maggio, 2018 - 08:40

L’influencer marketing diventa grande, entra in nuova fase e anche Buzzoole decide di riposizionarsi dandosi una nuova brand identity.

Nato con le celebrity che scoprivano di poter aprire nuovi fronti di business al di là della loro attività principali sponsorizzando brand sui social, l’influencer marketing ha poi allargato il raggio d’azione andando alla ricerca di personaggi, anche non famosi, che potessero rivestire un ruolo di influencer presso gli altri utenti grazie a blog e social.

In Italia il nome per eccellenza è quello di Chiara Ferragni ma il mercato degli influencer si è rapidamente allargato tanto che Buzzoole, influencer marketing solution provider nato in Italia nel 2013, oggi vanta un team di settanta persone distribuite nelle sedi di New York, Londra, Milano, Roma e Napoli con circa 850 clienti.

La crescita dell’influencer marketing

L’influencer marketing – racconta Gaia Rubera, docente di marketing alla Bocconiè l’attività di marketing più cresciuta negli ultimi tempi e che più crescerà in futuro”. Secondo i dati di un’indagine che riguarda gli Stati Uniti il 48% delle aziende intervistate ha in programma un aumento del budget per questo tipo di comunicazione.

L’influencer è una delle facce del nuovo marketing degli ultimi anni che si è sviluppato, come sottolinea la docente della Bocconi, grazie all’evoluzione tecnologica dei big data, la loro disponibilità per un grande numero di operatori e, collegato a questo, l’avvento dei social media.

Questi fattori hanno permesso di sviluppare un mondo dove, oltre a individuare i potenziali influencer, categorizzarli per settori o argomenti, c’è stato bisogno di realizzare le metriche necessarie per valutare il successo e il ritorno sull’investimento. Per fare tutto questo ci vogliono dati e software in grado di elaborarli. Per questo big data, intelligenza artificiale e machine learning sono diventati elementi imprescindibili per lo sviluppo dell’influencer marketing.

Gaiia, la piattaforma di Buzzoole

Gaiia (Growing artificial intelligence for influencer affinity), come spiega Fabrizio Perrone, ceo e co-founder di Buzzoole è la nostra piattaforma proprietaria che unisce sistemi di image recognition, audience analytics e natural language analysis per trovare il massimo grado di affinità tra brand e content creator.

Perché l’influencer e il brand devono andare d’accordo, essere affini, avere valori simili. Se uno non si è mai occupato di sport e non pratica nessuna attività non sarà credibile come testimonial di una racchetta da tennis.

Dato per acquisito che negli ultimi anni le aziende hanno fatto più attenzione alla qualità della comunicazione rispetto ai meri dati di audience, Buzzole ha comunque “investito tantissimo in tecnologia” come spiega Perrone.

La piattaforma ha previsto l’inserimento di oltre 50 milioni di immagini che provenivano da contenuti di influencer per sviluppare un addestramento valido per il loro modello. Da qui sono stati identificati “oltre mille tag convertiti in 200 topic sui quali è costruita la nostra alberatura che prevede 20 macro categorie fino a 200 subtopic per capire di cosa parlano gli influencer in termini di testi e immagini”.

Il risultato finale consiste per ogni influencer in un profilo dove è possibile analizzare le performance in influenza e relevance su topic spefici e la brand affinity su oltre 1800 brand catalogati rispetto ai valori, audience e performance.

Tutte queste info sono inserite all’interno di Gaiia, una sorta di planning tool dove i clienti inseriscono la loro pianificazione, tipologia di post, geolocalizzazione, audience ulteriori specifiche e il risultato è una lista di influencer che rispondono per performance e affinità di brand”. Oltre la selezione degli influencer i brand hanno poi la possibilità di tenere sotto controllo i contenuti anche dal punto di vista delle metriche visto che il mercato va verso la più totale trasparenza.

Negli ultimi sei mesi, aggiunge il ceo di Buzzoole, hanno fatto un importante lavoro con Nielsen con cui hanno una partnership esclusiva per studi con oltre 15mila survey  e identificato per country o social 15 cluster.

Da lì abbiamo determinato formule certificate da Nielesen per metriche precise e abbiamo creato anche panel di utenti per verificare gli effetti delle campagne”. In questo modo è possibile paragonare gli investimenti in influencer marketing con altri tipi di investimento nella stessa industry. E l’influencer da tattico diventa strategico.

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Driverless car, Mobileye fa un passo in avanti

01net - 30 maggio, 2018 - 08:05

Non è un bel periodo per le auto senza guidatore: due mesi dopo la morte di un pedone, un altro incidente ha funestato i test sulle driverless.

È successo vicino San Francisco dove una Tesla è finita contro una recinzione e poi in un laghetto. Ma non è ancora stato chiarito se la vettura fosse in modalità AutoPilot.

Da un’altra parte del mondo però arrivano buone notizie per le driverless.

Dall’inizio del mese di maggio non meno di cento auto hanno percorso le strade di Gerusalemme.

Diversi video mostrano le berline nere di Mobileye, società acquisita da Intel, che cambiano corsia con agilità, passando altre auto e prendendo tutte le decisioni in una frazione di secondo, come un normale guidatore.

Il video mostra il percorso di un auto nel traffico di Gerusalemme.

La dotazione delle driverless di Mobileye

Ogni vettura, dotata di software Rss (Responsibility sensitive safety), è equipaggiata con 12 telecamere per una visibilità a 360 gradi. Mobileye alla fine prevede di aggiungere radar e lidars a basso costo che si attiverebbe in  caso di guasto della telecamera.

IL Lidar (Light detection and ranging o laser imaging detection and ranging) è una tecnica di telerilevamento che permette di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie utilizzando un impulso laser.

Anche i processori saranno a basso costo, per un pacchetto che costerebbe meno di 8.000 dollari. In questo modo in molti potrebbero avere un’auto di questo tipo.

La competitività di Mobileye rende l’azienda molto attraente sul mercato mondiale.

La settimana scorsa la Reuters ha rivelato che la società israelo-americana ha firmato un contratto con un produttore europeo, impegnandosi a dotare otto milioni di auto con la sua tecnologia semi-autonoma.

Il nome dell’azienda non è ancora stato rivelato, ma Mobileye sta già lavorando con Bmw, Fiat, Chrysler, Audi, Cadillac o Nissan. Una flotta di trenta auto Intel-Mobileye è prevista anche nella Silicon Valley per effettuare un’altra serie di test.

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I big data crescono con il cloud e spingono i profitti

01net - 30 maggio, 2018 - 07:25

La spesa delle imprese per le tecnologie dei big data continua ad aumentare. Secondo Idc, i ricavi mondiali per l’analisi di big data e business passeranno da 150,8 miliardi di dollari nel 2017 a 210 miliardi di dollari nel 2020. Si tratta di un tasso di crescita annuo composto dell’11,9%.

Non si tratta solo di investimenti visto che le organizzazioni che hanno implementato iniziative per i big data stanno avendo un impatto positivo sui profitti.

In un sondaggio sui Big Data di NewVantage Partners, l’80,7% degli intervistati ha dichiarato che i propri investimenti per i big data hanno avuto successo e il 48,4% ha dichiarato di aver ottenuto benefici misurabili grazie alle iniziative per i big data.

Questo tipo di risultati incoraggerà probabilmente le imprese a continuare ad investire nei big data, ma i tipi di soluzioni adottate si stanno modificando.

Secondo Forrester Research, il passaggio al cloud per i grandi volumi di dati è in corso. In effetti, la spesa globale per le soluzioni di big data tramite abbonamenti cloud crescerà di quasi 7,5 volte più rapidamente di quella per gli abbonamenti on-premise.

Big data, cloud e machine learning

Il cloud è particolarmente popolare per l’analisi di dati di grandi dimensioni che si basano su tecnologie di apprendimento automatico. L’apprendimento automatico richiede hardware di elaborazione avanzato e costoso, ma l’esecuzione dell’apprendimento automatico in-the-cloud consente alle organizzazioni di accedere a questa tecnologia a una frazione del costo necessario per installarla nei propri data center.

Sebbene le organizzazioni si trovino ad affrontare alcune sfide legate all’analisi del cloud, gli esperti affermano che questa tendenza è destinata ad accelerare nei prossimi anni.

Con la maturazione del mercato dei grandi dati, i fornitori hanno sviluppato un’ampia varietà di tecnologie diverse per soddisfare le esigenze delle imprese.

Si tratta di un mercato molto ampio ela maggior parte delle soluzioni per dati di grandi dimensioni rientra in una delle seguenti categorie.

Business Intelligence. Le soluzioni di Bi forniscono funzionalità di analisi e reportistica sui dati aziendali solitamente archiviati in un data warehouse. Secondo Gartner, la Bi e il mercato analitico dovrebbero passare da 18,3 miliardi di dollari nel 2017 a 22,8 miliardi di dollari nel 2020. Si tratta tuttavia di una crescita più lenta rispetto al passato.

Data mining. Il data mining è un’ampia categoria che comprende varietà di tecniche per la ricerca di modelli nei dati di grandi dimensioni. Mentre molte soluzioni per grandi dati offrono ancora capacità di data mining, il termine è caduto un po’ in disuso in quanto i fornitori invece stanno usando termini come “analisi predittiva” e “machine learning” per descrivere le loro soluzioni.

Integrazione. Una delle grandi sfide con l’analisi di dati di grandi dimensioni è raccogliere tutti i dati rilevanti da fonti diverse e convertirli in un formato che ne consenta la facile analisi. Questo ha portato ad un’intera serie di soluzioni di integrazione dei dati, che a volte sono anche chiamate soluzioni Etl (Extract, transform, load). Secondo i mercati, i ricavi dell’integrazione dei dati potrebbero ammontare a 12,4 miliardi di dollari entro il 2022.

Gestione. Questa categoria di soluzioni include strumenti che aiutano le organizzazioni a integrare, pulire, archiviare, proteggere e garantire la qualità dei dati digitali. Markets&Markets prevede che questa categoria di strumenti di grandi dati potrebbe generare 105,2 miliardi di dollari di fatturato entro il 2022.

Open source. Molte delle più diffuse tecnologie big data sono disponibili sotto licenze open source. In particolare, tecnologie come Hadoop e Spark, gestite dalla Fondazione Apache, sono diventate molto popolari. Molti fornitori offrono versioni supportate commercialmente di queste tecnologie open source per il trattamento di grandi dati.

Data lake. Un data lake è un repository che ingerisce dati da un’ampia varietà di fonti e li memorizza nel loro formato nativo. Si tratta di una tecnologia popolare tra le organizzazioni che desiderano eseguire analisi su dati strutturati e non strutturati.

NoSQL database. A differenza dei sistemi di gestione dei database relazionali (Rdbms), i database NoSQL non memorizzano le informazioni nelle tabelle tradizionali con righe e colonne. Utilizzano invece altri modelli, come colonne, documenti o grafici, per tracciare i dati. Molte aziende utilizzano i database NoSQL per memorizzare dati non strutturati per l’analisi.

Analisi predittiva. Attualmente una delle forme più popolari di analisi di big data, l’analisi predittiva esamina le tendenze storiche al fine di offrire una buona stima su ciò che potrebbe accadere in futuro. Molte delle moderne soluzioni di analisi predittiva incorporano funzionalità di apprendimento automatico in modo che le previsioni diventino più accurate nel tempo. Secondo un rapporto di Zion Market Research, la spesa per l’analisi predittiva potrebbe passare da 3,49 miliardi di dollari nel 2016 a 10,95 miliardi di dollari entro il 2022.

Analisi prescrittiva. L’analisi prescrittiva va un passo più lontano dell’analisi predittiva. Oltre a dire alle organizzazioni cosa accadrà in futuro, queste soluzioni offrono anche delle linee d’azione suggerite per raggiungere i risultati desiderati. Gli esperti dicono che poche (se non nessuna) soluzioni di analisi dei dati di grandi dimensioni attualmente sul mercato hanno reali capacità prescrittive.

In-memory database. La tecnologia in-memory rende l’analisi dei gig data molto più veloce. In qualsiasi sistema informatico, l’accesso ai dati in memoria è molto più veloce rispetto all’accesso ai dati memorizzati su un disco rigido o su un’unità a stato solido. Gli In-memory database consentono agli utenti di memorizzare grandi quantità di dati, con un notevole incremento della velocità.

Intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Molti strumenti di analisi dei big data di nuova generazione incorporano il machine learning. Il Machine learning utilizza algoritmi per aiutare i sistemi a migliorare nel tempo l’esecuzione delle attività senza una programmazione esplicita. Si tratta di uno dei settori in più rapida crescita del mercato dei grandi dati.

Data science platform. Molti fornitori hanno iniziato a etichettare le loro soluzioni di analisi dei big data come data science platform. I prodotti di questa categoria in genere incorporano molte funzionalità diverse in una piattaforma unificata. Quasi tutti sono dotati di alcune funzioni di analisi e apprendimento automatico, e molti hanno anche funzioni di integrazione o gestione dei dati.

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Nexi, acquisti online con Amazon Pay

01net - 29 maggio, 2018 - 16:54

Nexi ha reso disponibile Amazon Pay per gli esercenti che utilizzano XPay, il gateway di pagamento per l’ecommerce attivabile in 48 ore direttamente online.

XPay permette di gestire in modo uniforme tutti i metodi di pagamento con un unico back office integrato, mentre oltre 38 milioni utenti in 175 Paesi utilizzano Amazon Pay.

I merchant che scelgono la piattaforma di Nexi potranno dare la possibilità di pagare con Amazon Pay, integrando le altre modalità di pagamento offerte da XPay, ossia tutti i principali circuiti internazionali, wallet digitali e il bonifico diretto.

Per pagare prodotti e servizi con Amazon Pay è sufficiente inserire username e password Amazon sul sito dell’esercente e la transazione viene completata in totale sicurezza, utilizzando le informazioni di pagamento e spedizione recuperate automaticamente dall’account del cliente.

L’accordo con Amazon Payments permette a Nexi di offrire ai merchant un ulteriore strumento per sfruttare le opportunità offerte dal commerco elettronico che, secondo i dati diffusi oggi da Netcomm, nel 2017 ha raggiunto un valore di 23,4 miliardi di euro solo in Italia con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente.

Dirk Pinamonti, Head of ecommerce di Nexi ha detto che Il valore aggiunto di XPay è dato dalla possibilità di integrarlo con tutte le piattaforme di ecommerce e dal fatto che, in un’unica soluzione altamente personalizzabile, permette di offrire tutte le principali modalità di pagamento online. L’integrazione di Amazon Pay nel nostro gateway, che in Italia è già stato scelto da 18.000 esercenti, con una crescita del 20% rispeto al 2016, è un vantaggio per gli esercenti”.

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Speculative Store Buffer Bypass, la nuova vulnerabilità dei chip

01net - 29 maggio, 2018 - 10:25

Google e Microsoft sono state le prime ad aver messo in guardia da una nuova vulnerabilità che colpisce un gran numero di processori moderni.

La vulnerabilità somiglia a Meltdown e Spectre, i bug rivelati nel gennaio di quest’anno che hanno messo in allarme il mondo tecnologico.

Il difetto, noto come Speculative Store Buffer Bypass o Variant 4, è sfruttabile tramite un sito web che ospita codice dannoso e consente il furto di dati sensibili come password e dati bancari, rendendoli particolarmente pressanti.

Ma Microsoft ha detto che si trattava di un rischio “basso” e Intel ha confermato che non ci sono exploit noti. A causa di questi fatti, e a un possibile degrado delle prestazioni in virtù adegli aggiornamenti pianificati, i produttori di chip non stanno pensando di spingere sulle correzioni per i clienti.

Proprio come con il bug Spectre di gennaio, l’ultimo hack sfrutta una cosa chiamata “esecuzione speculativa”. Quando il software esegue istruzioni sul microprocessore, il chip determina quali informazioni devono essere memorizzate nella memoria esterna.

La scrittura di informazioni su tale memoria esterna, in genere nei banchi di memoria Dram (Dynamic random access memory), richiede molto tempo. Quindi, per accelerare le cose, il chip sposterà quei processi i n un buffer. Qualsiasi cosa si trovi nel buffer verrà scritta in memoria in un secondo momento.

Tutto questo garantisce l’uso ottimale dei diversi core di elaborazione. Ma cosa succede se un’istruzione gestita dal chip richiede dati che sono in memoria, ma che avrebbero dovuto essere aggiornati dal buffer? Utilizzerebbe le informazioni sbagliate all’interno delle Dram e quindi la “speculazione” che l’istruzione dovrebbe utilizzare è sbagliata.

Nella maggior parte dei casi, le informazioni sono corrette, quindi l’accettazione dell’errore occasionale vale la pena quando si guarda alla velocità complessiva di un processore. Purtroppo, però, l’esecuzione speculativa avviene in un’area condivisa e non garantita. Q

uesto è il cuore dello Speculative Store Buffer Bypass: un’applicazione maligna e non autorizzata può vedere cosa sta accadendo in un processo e manipolarlo.

Qui il video di Red Hat che spiega come funziona:

Chi colpisce la vulnerabilità

Il bug interessa tutti i tipi di CPU, incluse le serie Amd, Arm, Ibm, Intel, Power8, Power9 e SystemZ. Oltre a Google e Microsoft, Intel, Amd e Red Hat hanno emesso avvisi di sicurezza.

Intel ha minimizzato il problema, dicendo che le correzioni che sono venute dopo Meltdown e Spectre vanno in qualche modo ad affrontare i problemi. Ma dovrebbe rilasciare altri aggiornamenti “nelle prossime settimane”.

Gli utenti dovranno tuttavia attivare tali aggiornamenti, in quanto saranno “off-by-default”. Questo potrebbe portare al declassamento delle prestazioni che si attesterebbero tra il 2% e l’8%, ha affermato Intel.

Amd consiglia di attenersi alle impostazioni predefinite: “A causa della difficoltà di sfruttare la vulnerabilità, Amd e i partner consigliano di utilizzare l’impostazione predefinita che mantiene il supporto per la disambiguazione della memoria“, ha scritto l’azienda.

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Risorse umane, arriva la app che fa il video trailer del colloquio

01net - 29 maggio, 2018 - 09:53

Dalla collaborazione tra EXS, società di executive search di Gi Group, e Doxinet, società italiana di sviluppo software, è nata una app che permette al recruiter di realizzare trailer dei colloqui svolti.

La soluzione punta a semplificare e arricchire qualitativamente il processo di recruiting, riducendone i tempi.

La app sviluppata da Doxinet consente di realizzare in modo automatico video interviste dei colloqui per un’analisi più approfondita del candidato e per la condivisione con il committente.

L’utilizzo è semplice e intuitivo e non richiede nessuna competenza tecnica. Durante l’intervista, attraverso l’utilizzo di un tablet è possibile semplificare il processo di produzione della video intervista marcando con un semplice click i momenti ritenuti più interessanti, per estrarli poi in un secondo momento.

Al termine dell’incontro la registrazione viene salvata sul server per essere poi analizzata. Una volta scelti i frame più significativi si effettua la preview del video, attivando il processo automatico di post produzione per la creazione del trailer, che può essere rivisto tutte le volte che si desidera, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo.

Da sempre la ricerca e selezione si basa sulla capacità del consulente di comprendere se il candidato possiede le qualità e le caratteristiche ricercate dal cliente e sulle relazioni interpersonali. Il selezionatore mantiene il suo ruolo decisionale ma, secondo Pasquale Natella, Amministratore Delegato di EXS, con la soluzione sviluppata da Doxinet «siamo riusciti ad abbreviare in modo significativo i tempi e il processo di selezione, in quanto ci ha permesso di considerare solo le informazioni e gli aspetti veramente rilevanti per l’analisi del candidato. Il trailer del colloquio può essere visto da più persone contemporaneamente e con la stessa modalità».

In fase di colloqui, uno dei principali vantaggi per il recruiter è la possibilità di poter concentrarsi solamenteo sugli aspetti che ritiene più importanti in quel momento, con la certezza di poter visionare in seguito l’intero incontro e completare la propria valutazione. L’altro grande vantaggio è la facoltà di inviare il trailer al cliente per un’anteprima del candidato, associata alla valutazione del selezionatore.

Le aziende a cui è stato proposta la app sono rimaste positivamente colpite dalla quantità di informazioni ricevute da un trailer di 15 minuti.

In particolare, i migliori risultati sono stati ottenuti nei casi in cui il decisore non è uno solo ma più persone, come ad esempio il responsabile HR, il business partner, il responsabile di linea piuttosto che il capo di una specifica divisione.

“Riunire contemporaneamente tutte le persone interessate dal processo di selezione, presentare in meno di un’ora la short list dei candidati e individuare i profili da portare alla fase finale, ha facilitato il compito dell’HR e la condivisione delle informazioni all’interno dell’organizzazione”, ha detto Natella.

Per Doxinet è stato un progetto stimolante. «Integrare la tecnologia informatica con la videoregistrazione apre la via a nuovi strumenti quali l’intelligenza artificiale e il machine learning, per fruire di un sistema capace di decodificare le espressioni facciali ed effettuare in tempo reale l’analisi emozionale dei candidati, oltre che di impostare alert che durante l’intervista mostrino eventuali reazioni emotive in contrasto con le dichiarazioni verbali», ha detto Stefano Mazzoleni, Partner e Direttore Commerciale Area HR di Doxinet.

 

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Personalizzare il chatbot produce risultati positivi

01net - 29 maggio, 2018 - 09:13

Aggiungere automaticamente il nome di persona a un’email crea un falso senso di personalizzazione, che on offre alcun valore reale alla persona che riceve l’e-mail: è una personalizzazione finta che può invece diventare molto più reale con l’utilizzo di un chatbot.

C’è infatti un enorme potenziale per offrire agli utenti un’esperienza rilevante e personalizzata attraverso i chatbot. Eppure, sorprendentemente, la maggior parte delle conversazioni chat sono un’esperienza molto impersonale. Oltre a inserire il nome utente nella conversazione, i chatbot generalmente fanno molto poco (se non nulla) per personalizzare l’esperienza dell’utente.

Quando si entra in un negozio, un buon venditore può personalizzare l’esperienza facendo domande, conoscendo il cliente e offrendo consigli personalizzati sulla base delle informazioni fornite.

Le chat permettono di raccogliere informazioni

Anche le chat consentono alle aziende di avere conversazioni bidirezionali. Queste conversazioni danno l’opportunità di raccogliere le informazioni necessarie per creare una preziosa esperienza personalizzata.

Sia le imprese che i consumatori generalmente considerano i siti web, la posta elettronica e i social media come una conversazione a senso unico. E per la maggior parte lo è. Una conversazione a senso unico non consentirà mai la stessa personalizzazione di una conversazione a due vie.

Alcune aziende utilizzeranno le landing page per porre domande e raccogliere informazioni sui propri utenti. Ma la gente di solito non vuole rispondere a un sacco di domande su una pagina di destinazione. Ecco perché la maggior parte delle landing page richiederà solo il nome e l’indirizzo e-mail.

Invece le persone sono molto più disposte a rispondere alle domande di un chatbot. Per esempio in un chatbot di sei domande alle quali l’utente deve rispondere per poter accedere al resto della chat, mediamente il 70% risponde alla prima domanda e quasi il 50% a tutte e sei. Un dato interessante soprattutto se si tiene conto che il tasso di conversione medio della landing page è inferiore al 5% e che con ogni campo aggiunto alla landing page, il tasso di conversione scende.

Tutte le informazioni che il chatbot raccoglie dal porre domande all’utente, dovrebbero essere classificate in modo che possano essere utilizzate in futuro per creare un’esperienza più personale.

Il dialogo interiore del cliente

Negli sforzi per personalizzare l’esperienza di chatbot, è necessario prima di tutto prendere in considerazione ciò che sarà veramente di valore per l’utente. Ogni volta che l’azienda interagisce con i potenziali clienti, sia di persona che attraverso una chatbot, c’è un dialogo interiore che si svolge nella mente del cliente. Se il dialogo interiore sta lavorando contro l’azienda sarà molto difficile (se non impossibile) fare una vendita.

Pensate alla conversazione che si svolge nella vostra mente quando si riceve una e-mail con il nome inserito nella riga dell’oggetto. Molte persone penseranno “Chi stanno cercando di prendere in giro? So di non essere l’unica persona a cui stanno inviando questa e-mail”. Per questo bisogna considerare il dialogo interiore, mettersi dalla parte del cliente per personalizzare la conversazione in modo utile e prezioso.

Per cercare di personalizzare l’esperienza degli utenti bisogna iniziare chiedendosi quale parte dell’interazione con il chatbot potrebbe essere personalizzata per migliorare l’esperienza. Potrebbe essere l’offerta di consigli personalizzati sui prodotti. Come Amazon fa sul loro sito web. Potrebbe essere usando un linguaggio che l’utente capirà. Se qualcuno non ha molta esperienza con il prodotto, potrebbe non capire la lingua che si desidera utilizzare con i clienti abituali. Adattare la lingua alle persone in base alla loro esperienza con il prodotto potrebbe essere utile.

La raccolta delle informazioni

Una volta che si sa come si desidera personalizzare l’esperienza di chatbot, è necessario capire quali informazioni è necessario avere dagli utenti. Ci sono due modi per raccogliere queste informazioni: in modo attivo o passivo.

Con attivo si intende la richiesta diretta all’utente di informazioni ed è probabilmente il modo migliore per raccogliere le informazioni necessarie per personalizzare l’esperienza. Il chatbot potrebbe chiedere all’utente la loro posizione, gli obiettivi, le esigenze, l’esperienza con il prodotto, l’età, le preoccupazioni, ecc. Le informazioni ottenute dovrebbero essere etichettate in modo da poterle utilizzare in futuro per personalizzare l’esperienza di quell’utente. Le informazioni raccolte passivamente arrivano da comportamenti e azioni degli utenti.

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Rivoluzione iliad: 30 GB, SMS e minuti illimitati a 5,99 euro al mese

01net - 29 maggio, 2018 - 09:09

Sarà veramente una rivoluzione quella che il nuovo operatore Iliad porterà nel mondo delle telecomunicazioni italiane come annuncia il claim dell’azienda? Le premesse ci sono tutte: un’offerta completa, ricca di servizi e molto aggressiva nel prezzo. Per chi non avesse ben chiaro chi sia iliad, che si propone come il quarto operatore telefonico italiano, ricordiamo la società che appartiene al Gruppo iliad, proprietario di diversi operatori telefonici internazionali, tra cui Free in Francia.

Oltre al prezzo, va sottolineato, l’altro elemento chiave utilizzato per lanciare il marchio è la trasparenza. La comunicazione iliad sottolinea infatti la semplicità e chiarezza dell’offerta, senza costi nascosti. E con un prezzo che rimarrà tale per sempre, assicura l’amministratore delegato Benedetto Levi. Vedremo se tali promesse saranno validate dalle esperienze degli utenti.

L’offerta iliad in dettaglio

L’offerta di telefonia mobile lanciata da iliad prevede minuti e SMS illimitati e 30 GB al mese in 4G+ in Italia. Naturalmente dove il 4G+ è disponibile. Minuti illimitati sono disponibili anche verso 65 Paesi esteri, Nord America compreso. Il tutto per una spesa mensile di 5,99 euro. La SIM costa 9,99 euro e può essere acquista online o presso gli iliad Store e Corner. Attualmente ci sono tre Store (Roma, Milano, Catania) e quasi un centinaio Corner distribuiti su tutto il territorio italiano. Da precisare che l’offerta iliad è sia per chi desidera un nuovo numero sia per gli utenti che intendono beneficiare della portabilità.

Insieme all’offerta, è innovativa anche la modalità di distribuzione tramite la Simbox. Si tratta di un terminale che consente di sottoscrivere un’offerta in pochi minuti e in modo facile. Da questi terminali, disponibili presso gli iliad Store e Corner, si può ottenere una SIM attiva e subito pronta all’uso.

Naturalmente un’offerta, seppur allettante, perde gran parte del proprio valore se la copertura non è adeguata. Iliad, precisa Levi, usa una rete che può sfruttare la tecnologia 4G+ e che copre il territorio nazionale (è un’eredità avuta da Wind-3). Tuttavia non fornisce dati precisi sulla capillarità della copertura. Ma siccome è in fase di completamento viene assicurato il roamnig con Wind-3 laddove la rete non dovesse ancora arrivare. Sul sito dell’azienda si può verificare mappa della copertura.

La nuova offerta è disponibile sin da subito ed è riservata, afferma Benedetto Levi, al primo milione di clienti.

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C’è la cybersecurity alla base di qualsiasi crescita aziendale

01net - 29 maggio, 2018 - 09:02

Con la convergenza in atto di information e operation technology, i controlli industriali (ICS) e l’IoT all’interno di un ecosistema tecnologico in evoluzione attraverso infrastrutture ibride (on-premise, cloud e mobile), anche la cybersecurity prosegue la sua trasformazione.

Una maggiore e totale consapevolezza nei confronti della cybersecurity diventa un imperativo se devono essere protetti anche i clienti e i dipendenti aziendali. Inoltre, la protezione preventiva della rete da compromissioni risulta meno costosa delle misure adottate a seguito del verificarsi di un incidente in termini di ripercussioni finanziarie e legali, danni alla reputazione, sanzioni amministrative e costi per ripristinare le violazioni.

Nel 2017 il World Economic Forum ha classificato la cybersecurity tra i principali argomenti che oggi il mondo si trova ad affrontare. Parallelamente, i vertici delle organizzazioni hanno ridefinito la sicurezza informatica come un’iniziativa strategica che richiede ulteriore focus e investimenti.

Per Gianandrea Daverio, BU Manager Security di Dimension Data in Italia questo accade anche perché la cybersecurity è rimasta una delle priorità e ha ottenuto un’attenzione significativa anche da parte dei media.

L’Executive’s Guide di Dimension Data relativa all’NTT Security Global Threat Intelligence Report 2018, fa emergere i dati salienti, inclusi quelli della regione EMEA, che contribuiscono ad aiutare le organizzazioni ad allineare le decisioni di investimento sulla base del settore di mercato di appartenenza, del profilo geografico e del livello di rischio.

Nello specifico, le nuove normative, un allarmante picco di attacchi ransomware e un contesto politico instabile hanno contribuito a creare specifiche sfide di cybersecurity per la regione EMEA, nell’ultimo anno.

L’implementazione de General Data Protection Regulation (GDPR), è un esempio significativo che ha fatto si che venisse garantita una maggiore spesa per supportare le iniziative di conformità. La questione di rilievo però consiste nel non considerare solo la GDPR a discapito delle altre iniziative di sicurezza e far cadere così in disuso la gestione delle patch o di backup regolari che possono avere seri effetti negativi, compromettendo in definitiva anche la conformità GDPR stessa.

Per quel che riguarda le minacce informatiche, sempre per la regione EMEA, i ransomware rappresentano circa il 30% degli attacchi informatici rispetto alla media globale del 7% a cui si aggiunge un ulteriore dato significativo per il quale questa è l’unica area geografica in cui il ransomware si posiziona quale primo strumento di malware, come dimostrato dai vari attacchi informatici di vasta portata, tra cui WannaCry e NotPetya. Gli obiettivi più suscettibili a questi attacchi sono stati i settori del gaming, della sanità e dei servizi alle imprese e professionali.

Inoltre, il segmento dei servizi alle imprese e professionali è stato oggetto del 10% degli attacchi ransomware globali, attestandosi come il terzo settore più colpito (rispetto alla sesta posizione del 2016), dietro al comparto finanziario e tecnologico, ed è stato il settore più vulnerabile in EMEA, con un tasso del 20% di tutti gli attacchi.

Tra gli altri dati significati emersi dal report, il settore finanziario rimane uno dei comparti più colpiti dai cyber criminali che periodicamente tentano di scovare nuove falle e vulnerabilità nei sistemi e nelle applicazioni, in virtù di una più rapida adozione di nuove tecnologie che pone questo mercato particolarmente a rischio.

Non sorprende secondo Daverio che il comparto della supply chain sia stato decretato come anello debole della cybersecurity. La continua espansione dell’ecosistema aziendale e la migrazione dei dati e delle applicazioni verso ambienti ibridi moltiplica le possibilità di compromissione della sicurezza attraverso mezzi indiretti. Per questo motivo, questo comparto è balzato in modo evidente in cima alla lista delle aziende colpite nell’ambito di attacchi orientati al furto di segreti industriali e proprietà intellettuale, compromettendo in tal modo anche i dati dei propri clienti e partner.

La rilevanza della proprietà intellettuale e del conseguente vantaggio competitivo vale anche per il settore IT, che si attesta come il secondo comparto più colpito da attacchi a livello globale. Perseguendo una sempre più elevata innovazione, una collaborazione più aperta e una maggiore competitività, questo settore, infatti, espone intrinsecamente l’infrastruttura alla vulnerabilità e una mancata integrazione della cybersicurity nella cultura organizzativa e nei processi aziendali inciderà negativamente sulla produttività e sulla redditività aziendale.

Anche il settore del manufacturing si posiziona in cima ai comparti più soggetti ad attacchi informatici. Questo a fronte di una maggiore predisposizione verso l’automazione e l’emergere di sistemi di produzione interconnessi e intelligenti da parte delle organizzazioni che stanno riallineando i loro modelli operativi per sfruttare queste tecnologie.

Il confine tra il manufacturing tradizionale e quello più digitale, dove la produzione di alto valore e le tecnologie avanzate sono fondamentali per la competitività globale, è sempre più sottile ampliando così l’area esposta alle violazioni e aumentando l’interesse da parte degli attentatori.

Infine, il numero di richieste di interventi di incident response è sceso drasticamente dal 22% nel 2016 al 5% nel 2017, nonostante si sia registrata un nonostante un’accelerazione dei i tassi di infezione ransomware a livello globale. Questo significa che le organizzazioni hanno migliorato la loro capacità interna di prevenire e rispondere gli attacchi tramite investimenti continui nei controlli degli endpoint, nei programmi di risposta agli incidenti e in piani di backup e ripristino.

La regione EMEA sta diventando un’area di attenzione per quel che concerne la sicurezza e i relativi rischi. Per aumentare le difese Dimension Data raccomanda che oltre a garantire la conformità nei confronti del GDPR, vengano educati anche gli utenti, che spesso sono i facilitatori di falle ransomware o similiari, e assicurare che la complessità tecnologica venga apprezzata dai responsabili aziendali per evitare che le aspettative di business prendano il sopravvento rispetto alle considerazioni in materia sicurezza informatica. Infine, l’attuazione di una strategia olistica di disaster recovery e prevenzione delle minacce è in grado di offrire maggiori garanzie a fronte di rischi alla sicurezza.

L'articolo C’è la cybersecurity alla base di qualsiasi crescita aziendale è un contenuto originale di 01net.

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