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Gdpr, i moduli per comunicare la nomina del Dpo sono online

01net - 24 maggio, 2018 - 09:30

Il Gdpr è in arrivo e il Garante per la privacy mette online la modulistica per comunicare il nominativo del Dpo, il responsabile per la protezione dei dati.

Il Dpo deve essere nominato dalla Pubblica amministrazione e dai privati che gestiscono dati sensibili e giudiziari su larga scala o la cui attività richiede il monitoraggio regolare e sistematico delle persone che hanno messo a disposizione le loro informazioni personali.

La raccomandazione, ha specificato il Garante, è poi raccomandata anche nelle situazioni dove non c’è obbligo per rispettare quel principio di accountability sui si basa il regolamento.

Per accountability si intende quel processo pratico secondo il quale l’azienda ha utilizzato tutti gli strumenti a disposizione per salvaguardare privacy e dati personali ed è in grsdo di dimostrarlo.

Comunicazione solo online per il Dpo

Fino a oggi la comunicazione per il Dpo poteva essere fatta in cartaceo, ma con l’avvio della procedura online questa diventerà l’unica strada ammessa.

Sul sito del Garante è possibile compilare il modulo. Una volta inviato si riceverà una mail con allegato un file che dovrà essere sottoscritto con la firma digitale qualificata e spedito entro 48 ore.

A questo punto, salvo problemi, arriverà il numero di protocollo della pratica e titolare (o il responsabile del trattamento) e il Dpo riceveranno l’ok sull’esito della operazione via posta certificata.

L’obbligo di informare l’Autorità sulla designazione scatta quando viene effettuata la nomina e fa parte degli obblighi da rispettare entro il 25 maggio.

All’Autorità spetta invece il compito di gestire l’elenco nazionale dei Dpo che serve anche per contattare i responsabili per inviare documentazione, aggiornamenti ed eventi come quello che si svolgerà a Bologna il 24 maggio, quando il Garante incontrerà i Dpo.

L’evento sarà trasmesso anche in streaming sul sito del garante.

Per la Gdpr il Dpo è una figura indipendente

E’ il caso di ricordare che il Dpo agisce in modo indipendente e non deve seguire le indicazioni aziendali. Secondo la legge infatti non può ricevere istruzioni riguardo i compiti affidatigli in tema di privacy. E’ il tramite fra il Garante e l’azienda al quale l’Autorità deve rivolgersi per ispezioni o per chiedere informazioni.

E se gli adempimenti sono a carico dell’azienda il Dpo deve controllare la conformità delle operazioni. Altre attività del Dpo riguardano la consulenza per la correttezza metodologica, la verifica della correttezza della valutazione del rischio e la sensibilizzazione degli attori interessati alle procedure che riguardano la privacy.

Per il Dpo, che può essere interno o esterno all’azienda, la legge non richiede un particolare titolo di studio, ma qualità professionali, conoscenza specialistica di normativa e prassi in materia di protezione dei dati.

Il Garante ha specificato alcuni soggetti che non sarebbero obbligati a nominare il Dpo. Si tratta dei professionisti che lavorano in forma individuale, imprese individuali e familiari e piccole e medie imprese per i dati di fornitori e dipendenti. Per tutti  questi soggetti vale però il fatto che sarebbe meglio effettuare la nomina per seguire il principio di accountability che permea la Gdpr.

 

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Huawei: più semplice il programma per i partner enterprise

01net - 24 maggio, 2018 - 08:35

All’insegna dello slogan Insieme, vinciamo!, Huawei ha accolto presso il Museo Storico Alfa Romeo di Arese (nei pressi di Milano) circa 200 rappresentanti dei partner italiani che operano nel mercato enterprise. Molti i temi in agenda per l’evento, ma su tutti ha sicuramente prevalso la forte volontà espressa dall’azienda di essere sempre più vicina al canale e di impegnarsi ancor più per lo sviluppo di un solido ecosistema aperto all’innovazione, collaborativo e vantaggioso per tutti.

L’edizione 2018 del Partner Summit è stata aperta da Liu Huibo, nominato sul finire dello scorso anno Country Director, Enterprise Business Group Italia Huawei Technologies ma con alla spalle una lunga militanza in azienda e con 8 anni di esperienza nel BG Enterprise del mercato Emea. Il suo intervento prevedeva che facesse il punto della situazione in termini numerici a livello globale: Liu Huibo ha raccontato perciò che Huawei, presente in oltre 170 Paesi, nel 2017 ha fatturato più di 92 miliardi di dollari. Attualmente annovera circa 180 mila dipendenti, dei quali 80 mila in 14 centri R&D e 36 Innovation Center, e occupa l’83simo posto nella classifica delle Global 500.

Riguardo l’Italia, dati precisi Huibo non ne ha forniti. L’unica notizia che è dato di sapere è che nel nostro Paese dal 2013 Huawei ha inanellato una serie di esercizi positivi, con numeri che raddoppiano ogni due anni.

Le indicazioni da un’indagine

Dati sicuramente stimolanti per i partner, ma quello che gli intervenuti più aspettavano di sentirsi dire doveva venire dalle parole di Stefano Andreotti, nominato proprio in concomitanza dell’evento Channel Director Enterprise BG Huawei Italia.

A lui spettava infatti il compito di chiarire praticamente come l’azienda intende modificare e migliorare il proprio approccio al canale per rendere più efficace e proficua la collaborazione con le terze parti.

Andreotti ha sottolineato come l’obiettivo di Huawei sia di soddisfare le diverse esigenze dei clienti grazie a soluzioni per la connettività avanzata e migliori user experience in scenari mirati di business. Ma per avere ben chiaro in che direzione muoversi per meglio rispondere alle aspettative dei partner e per individuare le aree di miglioramento del nuovo programma di canale introdotto nel 2017, Huawei ha commissionato a Nielsen una ricerca che ha coinvolto oltre 2.000 partner in tutto il mondo. Da tale indagine sono emerse cinque aree principali di intervento.

Un rapporto più semplice e chiaro

Anzitutto la necessità di semplificazione il programma di canale  attraverso una comunicazione più chiara e trasparente con i partner e un maggiore supporto offerto anche nell’identificazione del prezzo corretto da applicare a prodotti e soluzioni. “Non si tratta di una rivoluzione del nostro programma di canale – ha precisato Andreottiquanto di un’evoluzione di una base già solida”.

In secondo luogo, dai partner è molto sentita la necessità di proporre un’offerta più competitività  che, nello scenario attuale caratterizzato dalla trasformazione digitale, si concentri sui mercati verticali con maggiori possibilità di penetrazione. “Vogliamo differenziarci tramite verticalizzazioni – ha affermato Andreotti –. Facendo tesoro dell’esperienza dell’azienda a livello globale, in Italia abbiamo deciso di focalizzarci nel finance, nelle soluzioni per gli Internet Service Provider e nelle Smart City. In questo senso stiamo sviluppando un progetto con Alperia in Alto Adige”. Progetto in cui un ruolo essenziale lo ha svolto Saidea Informativa, system integrator a valore aggiunto di Trento, che proprio per tale progetto ha ottenuto quest’anno il premio come miglior Solution Partner europeo di Huawei.

I partner chiedono poi una maggiore riconoscibilità del marchio. Un importante aiuto è arrivato dal settore consumer, ma i partner vorrebbero una precisa strategia di marketing che sfrutti i canali della promozione sinergica di casi di successo, dell’organizzazione congiunta di eventi locali e della maggiore partecipazione a eventi flagship o di settore a livello internazionale.

Supporto, logistica e servizi post vendita

Il trade si aspetta da Huawei un costante supporto in tutte le fasi della relazione, attraverso l’erogazione di training di alto livello da parte di esperti dell’azienda, il rilascio di certificazioni a fronte del possesso di requisiti sempre più elevati che accrescono anche il riconoscimento del partner stesso, l’organizzazione di training specifici e l’intervento di specialisti nella gestione di progetti complessi in fase di pre-vendita.

Da ultimo i partner si aspettano da Huawei il miglioramento della logistica e del servizio post-vendita attraverso l’incremento delle unità di storage al fine di rendere più efficiente la gestione degli ordini e ridurre i tempi di consegna (l’obiettivo è riuscire a stare sotto i 10 giorni), l’aumento delle risorse dedicate al servizio clienti per ridurre i tempi di risposta e l’introduzione di nuove lingue, incluso l’italiano.

L’obiettivo che desideriamo perseguire insieme ai nostri partner – ha dichiarato Liu Huiboè rendere il digitale accessibile a tutti e creare così un mondo sempre più connesso e intelligente. Per fare ciò, la realizzazione di una ‘digitalizzazione collaborativa’ è fondamentale affinché tutte le parti coinvolte possano trarne beneficio”.

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OpenStack, Vmware mette la quinta

01net - 24 maggio, 2018 - 08:28

VMware ha rilasciato VMware Integrated OpenStack 5, ultima versione della distribuzione OpenStack.

Disponibile nelle versioni Carrier e Data Center, OpenStack 5 introdurrà nuove funzionalità per semplificare, scalare e proteggere gli ambienti OpenStack di produzione.

Con l’accesso API aperto e indipendente dal vendor all’infrastruttura virtualizzata lVMware, i communication service provider (CSP) e le aziende dispongono di una piattaforma comprovata e ad alte prestazioni basata su un’architettura aperta per accelerare l’implementazione dei workload di network functions virtualization (NFV) e di innovazione di servizio.

VMware Integrated OpenStack 5 sarà una delle prime distribuzioni commerciali conformi alle linee guida di interoperabilità 2018.02 della OpenStack Foundation.

VMware Integrated OpenStack Carrier Edition risponde ai requisiti specifici dei CSP che implementano servizi di rete basati su NFV che comprendono una serie di casi di utilizzo attuali e compatibili con 5G su core e edge.

Con il nuovo aggiornamento i provider saranno in grado di sfruttare le nuove funzionalità di NFV, tra cui:

Prestazioni accelerate dei dati: consentiranno ai clienti di ottenere miglioramenti significativi nei tempi di risposta delle applicazioni, ridurre le latenze di rete e le prestazioni della rete attraverso il supporto dello switch distribuito virtuale gestito NSX in modalità Enhanced Data Path e DPDK, nonché tecniche ottimizzate per i piani dati in VMware vSphere.

Ridimensionamento delle risorse multi-tenant elastiche: fornirà garanzia delle risorse e isolamento delle risorse a ciascun titolare in modo che nessun altro possa consumare un determinato pool di risorse né accedere al pool di risorse. Supporterà anche il ridimensionamento delle risorse elastiche consentendo ai CSP di aggiungere nuove risorse dinamicamente tra diversi cluster vSphere per adattarsi alle condizioni del traffico o passare dalla fase pilota alla produzione in atto. Ciò consentirà ai CSP di isolare un tipo di carico di lavoro / VNF da un altro, così come mantenere la disponibilità delle risorse all’aumentare del carico.

OpenStack “In a Box” per 5G e Edge Computing: dimensioni ridotte e fattore di forma micro data center altamente resiliente consentiranno l’implementazione “in a box” per 5G ed edge computing. I clienti avranno il pieno controllo su questi micro data center e app al limite mediante orchestrazione automatizzata basata su API e gestione del ciclo di vita. La soluzione aiuterà ad affrontare i casi di utilizzo delle aziende come utility, piattaforme di perforazione di petrolio e gas, applicazioni di punto vendita, videocamere di sicurezza e impianti di produzione e casi d’uso orientati alla Telco quali Multi-Access Edge Computing (MEC), distribuzioni VNF di sensibilità alla latenza e sistemi di supporto operativo (OSS).

Self-Driving Operations e Service Assurance: fornirà visibilità a 360 gradi con approfondimenti in tempo reale, root cause analysis (RCA) e rimedi per ambienti basati su OpenStack, tra cui analisi avanzate del carico di lavoro, pianificazione e bilanciamento predittivo delle risorse e alta scala monitoraggio per VM e container attraverso un unico gestore dell’infrastruttura virtualizzata (VIM).

VMware Integrated OpenStack 5 consentirà ai clienti CSP e aziendali di ottenere il massimo dai progressi in Queens per supportare carichi di lavoro mission-critical, in ambienti applicativi nativi di container e cloud. VMware ha aggiunto uno sviluppo significativo a VMware Integrated OpenStack in aggiunta a quello che è stato distribuito tramite la versione Queens.

Le nuove funzionalità includeranno:

Scalabilità massiva: eseguirà fino a 500 host e 15.000 VM in una singola Region e introdurrà il supporto per più Region contemporaneamente con monitoraggio e metriche su scala.

Elevata disponibilità per carichi di lavoro critici: creazione di istantanee, cloni e backup di volumi collegati per migliorare drasticamente il tempo di funzionamento di VM e applicazioni tramite miglioramenti al driver di volume Cinder.

Ambiente virtualizzato unificato: capacità di distribuire ed eseguire sia i carichi di lavoro di VM che di container su un singolo gestore dell’infrastruttura virtualizzata (VIM) e con un singolo fabric di rete basato su VMware NSX-T Data Center. Questa architettura consentirà ai clienti di distribuire facilmente carichi di lavoro ibridi in cui alcuni componenti vengono eseguiti in contenitori mentre altri vengono eseguiti in VM.

Sicurezza avanzata: consolida e semplifica la gestione degli utenti e dei ruoli in base ai miglioramenti apportati a Keystone, compreso l’uso delle credenziali dell’applicazione e l’assegnazione dei ruoli di sistema. VMware Integrated OpenStack 5 porterà la sicurezza a nuovi livelli con la crittografia del traffico API interno, la federazione Keystone to Keystone e il supporto per i principali provider di gestione delle identità, incluso VMware Identity Manager.

Ottimizzazione e standardizzazione dei servizi DNS: servizio DNS scalabile su richiesta tramite Designate. I clienti possono registrare automaticamente qualsiasi VM o Virtual Network Function (VNF) su un server DNS approvato aziendale invece di registrare manualmente gli host appena forniti tramite Designate.

Interfaccia utente migliorata: semplifica l’implementazione di reti a più livelli e L3 tramite l’ultimo dashboard Horizon. La capacità di abilitare / disabilitare il NAT sul router tenant OpenStack NSX e l’associazione alle zone di disponibilità Neutron direttamente dall’interfaccia utente di Horizon, consente agli sviluppatori di personalizzare la rete per adattarla alle proprie app

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Intelligenza artificiale per la traduzione in tempo reale

01net - 24 maggio, 2018 - 08:05

Nel lontano 1997 il Babel Fish di AltaVista, che prende il nome da una creatura della Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams, era il punto di riferimento per la traduzione di testi online: questo sistema di traduzione è ancora in circolazione oggi, incorporato nel motore di ricerca di Bing.

Oggi è Google Traduttore a dominare la traduzione online. Nel 2016, Google stimava che traducesse oltre 100 miliardi di parole al giorno e avesse oltre 500 milioni di utenti. L’app per smartphone di Google Traduttore riconosce le parole presenti nelle immagini e le traduce all’istante: perfetto per interpretare il menu durante le vacanze all’estero.

Ma ora la traduzione in tempo reale sta arrivando anche nella conversazione, come ci fa notare Massimo Dino Ceresoli di Orange Business Services.

Come funziona

Le versioni precedenti di questa tecnologia ascoltavano il parlato, lo convertivano in testo e infine lo traducevano nella lingua di destinazione. Questo è cambiato con l’intelligenza artificiale.

Ora, quando un motore di traduzione ascolta le parole pronunciate, cercherà di identificare la lingua che ascolta e ciò che viene detto. Le forme d’onda del suono vengono analizzate per identificare quali parti sembrano corrispondere alla traduzione man mano che procede. Il motore tenta quindi di tradurre ciò che pensa di sentire in quello che ritiene essere un normale discorso nella lingua di destinazione.

Viene utilizzata una combinazione di diverse tecnologie di intelligenza artificiale: software di abbinamento di modelli che identificano suoni, reti neurali e apprendimento profondo per identificare “dipendenze di lungo termine” e prevedere ciò che viene detto, con codificatori per elaborare tutte queste informazioni. A supporto c’è un database di parole comuni, significati e informazioni apprese dall’analisi precedente di milioni di documenti.

Questa complessa interazione di tecnologie genera già una precisione di circa l’85%, e la traduzione richiede da due a cinque secondi. La speranza è che con l’evoluzione dell’Intelligenza artificiale migliorino sia fluidità che velocità.

La maggior parte dei sistemi di traduzione esistenti funzionano grazie ad analisi basate sul cloud, il che comporta in genere un breve intervallo tra l’espressione del parlato e la traduzione. È probabile che questo migliori con l’aumento della velocità delle reti.

Scontro tra titani

Siri, Cortana, Alexa e altri assistenti nei nostri dispositivi mobili hanno già imparato a capire quello che diciamo ed eseguire i nostri comandi. Ora stanno imparando a tradurre quelle parole in altre lingue.

Esiste già un hardware per la traduzione in tempo quasi reale: Siri, di Apple, presto tradurrà tra inglese americano e francese, tedesco, italiano, mandarino e spagnolo; iTranslate e Bragi offrono già Dash Pro, che traduce 40 lingue; gli auricolari Pixel Bud di Google funzionano con i dispositivi Android per tradurre fino a 40 lingue (Google offre anche Google Traduttore e Word Lens, che traduce le parole contenute nelle fotografie); un progetto pilota sviluppato da Waverley Lab consiste in due auricolari condivisi tra due persone che non parlano la stessa lingua. Sono stati annunciati altri dispositivi simili, tra cui Translate One2One.

Traduzione vocale in tempo reale

Come ricorda Ceresoli, Microsoft sta inserendo la traduzione in tempo reale all’interno di molti dei suoi prodotti, tra cui Skype for Business, Skype Meeting Broadcast, traduzione in diretta di PowerPoint, e fornisce inoltre agli sviluppatori delle API per favorire lo sviluppo di queste tecnologie. I partner applicativi includono contact center, business intelligence e sottotitoli multimediali.

Skype Translator ha visto l’uso espandersi del 400% nel suo primo anno di disponibilità:  la coppia di lingue più popolare è risultata essere il francese e l’inglese.

Sicuramente c’è un modo per utilizzare queste tecnologie che consente la collaborazione con i mercati emergenti – nel 2016 il principale corridoio internazionale di Skype Translator è stato dalla Germania al Ghana. Microsoft sostiene che l’uso delle tecnologie di deep learning ha già reso le sue traduzioni migliori del 20% rispetto a prima.

Questi miglioramenti stanno portando a contributi nel mondo reale in termini di collaborazione. Il preside della Chinook Middle School, nello stato di Washington, usa Microsoft Translator online per parlare con i genitori degli alunni: parla in inglese mentre i genitori seguono nella loro lingua.

Microsoft intende implementare i suoi strumenti di traduzione all’interno dell’ambiente Microsoft Teams entro la fine dell’anno. È probabile che questo faccia accelerare l’uso di queste tecnologie in azienda: la società afferma che sono già 200.000 le organizzazioni che utilizzano questo servizio.

Affari internazionali

Per Ceresoli con il miglioramento delle tecnologie di apprendimento automatico e di rete, sembra probabile che la maggior parte delle aziende inizi a utilizzare maggiormente questi strumenti di traduzione in tempo reale, che possono contribuire a sbloccare nuove opportunità per creare nuovi canali di redditività. La connettività certo dovrà essere solida, in particolare nel conferencing center aziendale, per sostenere la domanda.

La piattaforma Anywhere365 Contact Center e Enterprise Dialogue Management di Workstreampeople offrono già traduzione vocale in tempo reale, integrandosi in modo nativo nella piattaforma Lync/Skype for Business.

“Translate your World” offre già un sistema di conferenza Web collaborativo abilitato alla traduzione in tempo reale. Fornisce tutti gli strumenti che ci si può aspettare di trovare in un sistema come questo, integrati con la traduzione in tempo reale di ciò che dicono i presentatori.

Il CEO di Lingmo International, Danny May, ritiene che l’intelligenza della macchina fornisca il collegamento mancante. “Le app di traduzione tradizionali non aiutano molto nelle situazioni del mondo reale. Si perdono troppo del contesto e delle sfumature, e generalmente sono senza speranza quando si tratta di dialetti“, ha scritto in un post per il blog di IBM. “Sfruttando le capacità di intelligenza artificiale di Watson, ci siamo resi conto che potevamo raggiungere i nostri obiettivi in ​​modo molto più efficiente“, ha affermato.

La traduzione della voce ha utilizzi al di là del business. Durante la guerra in Iraq, le forze statunitensi erano dotate di dispositivi di traduzione, cosa che suggerisce un potenziale uso militare per tali tecnologie. I soccorritori, i servizi di assistenza pubblica, le ONG e le organizzazioni umanitarie troveranno senza dubbio utili questi sistemi nel loro lavoro. Ecco perché il sistema auricolare One2One di IBM Watson, fornito da Lingmo International, è stato presentato al Summit globale “AI for Good” delle Nazioni Unite.

I ricercatori di Google Brain stanno sviluppando reti neurali che potrebbero diventare capaci di tradurre senza utilizzare i dati scritti come riferimento: questo potrebbe consentire alle macchine di tradurre lingue poco conosciute – quando Haiti è stata colpita dal terremoto nel 2010, non esisteva alcun software di traduzione per il creolo locale.

Di certo, le parole non sono tutto: la comunicazione è complessa. Diversi studi del Dr. Albert Mehrabian, professore emerito di psicologia presso l’UCLA (un esperto globale in comunicazione verbale/non verbale), mostrano che mentre il 43% delle comunicazioni è verbale, il 55% non lo è. Il Comitato internazionale della Croce Rossa sottolinea che i suoi interpreti devono essere in grado di entrare in connessione e ispirare fiducia nelle persone, integrandosi con la cultura di un paese.

Le soluzioni di traduzione in tempo reale possono aiutare a superare le barriere linguistiche, ma il compito di creare fiducia e comprensione richiede un insieme di comportamenti molto più complesso, insieme al rispetto delle differenze culturali.

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La gestione del dato è al centro del mondo di NetApp

01net - 23 maggio, 2018 - 11:02

Sempre più software per NetApp, che prosegue nel suo cambio di pelle.

Associata da sempre al mondo Nas, oggi l’azienda sta cercando di mettersi alle spalle l’hardware per parlare di public cloud, nuovi servizi per la nuvola e tecnologie per l’iperconvergenza.

Gli annunci di qualche giorno fa si inseriscono all’interno della strategia Data fabric, che ha permesso alla società di passare da quotazione azionaria di circa 20 dollari a 69 nel giro di tre anni.

Attraverso Data fabric, come spiega il country manager italiano Marco Pozzoni, “NetApp punta ad assicurare la movimentazione e la sicurezza dei dati indipendentemente dalla fisicità del dato che può essere on premise o nel cloud. In questo modo le soluzioni di NetApp permettono di gestire il dato in modo da costruire un unico database con il dato che è in grado transitare a livello edge o core o essere spinto o ripreso dal cloud“.

NetApp in partnership con Google Cloud

L’annuncio più importante riguarda la partnership con Google Cloud. “Si tratta di un accordo importante – sottolinea Pozzoni – perché anche Google, dopo Aws e Azure, va a utilizzare i servizi di NetApp di file sharing implementati sulla nostra tecnologia della società grazie alle prestazioni e alla data protection”.

Sincronizzazioni automatiche, copie NetApp Snapshot e cloni rapidi supporteranno un flusso libero di dati, consentendo agli sviluppatori di accelerare la creazione dello spazio di lavoro e la costruzione dei cicli.

Roberto Patano, NetApp

NetApp ha introdotto anche una soluzione evoluta di file sharing che va oltre le soluzioni proprietarie proposte dai tre big della nuvola. “Queste soluzioni – spiega Roberto Patano, Senior Manager solution engineering di NetApp – erano carenti relativamente alla richiesta del cliente sulla sicurezza del tipo di performance. Questo limite è stato superato con performance predictable e la semplicità di gestione. Il cliente compra nel cloud le risorse di cui ha bisogno per attivare nuovi servizi. Un modo semplice per essere competitivi sul mercato perché apre al cliente la possibilità di utilizzare tutti i servizi di Google cloud, Aws o Azure”.

Altro annuncio riguarda l’introduzione nella soluzione di storage a oggetti di NetApp della possibilità non solo di posizionare l’informazione e distribuirla, che già era possibile, ma “di garantire su determinate tipologie di dati che le informazioni non siano modificate. E quindi di essere in linea con il GDPR”.

Per quanto riguarda la tecnologia flash connessa al cloud, che alimenta l’intelligenza artificiale e le applicazioni ad alta capacità di calcolo, NetApp ha presentato il nuovo AFF A800 è la prima piattaforma enterprise NVMe end-to-end a ottenere una latenza costante inferiore ai 200 microsecondi dall’application host fino al data storage.

La tecnologia San viene accelerata con un aggiornamento software per NVMe-over-Fibre Channel per sistemi selezionati basati su Ontap.

Il footprint dello storage viene ridotto con il supporto dei dischi Ssd da 30 Tb e soddisfa i requisiti di privacy del Gdpr grazie all’eliminazione selettiva dei dati. Con l’obiettivo di garantire la sicurezza è presente infatti una funzionalità che rende sicura la cancellazione delle informazioni.

Nell’integrazione con il cloud la società ha pensato a nuovi servizi intelligenti per ridurre ulteriormente il Tco.

La funzione FabricPool esegue automaticamente il tiering dei dati cold dallo storage primario ad Aws e Azure, riducendo i costi di capacità. Inoltre, NetApp Active Iq offre nuovi analytics basati sul cloud che prevedono le future esigenze di performance e identificano i dati non protetti per ottimizzare le operazioni.

In questo modo – osserva Patano – c’è la possibilità di spostare blocchi non utilizzati di storage all’interno nel cloud anche sui blocchi e le informazioni in produzione. Se voi pensate alla congiunzione di questa possibilità con le soluzioni flash si ottiene una riduzione dei costi delle soluzioni io riesco ad andare a comprare le risorse pregiate e veloci per le applicazioni che richiedono performance nella misura necessaria perché quello che non viene utilizzato in maniera automatica viene portato all’interno del cloud. In questo modo il cloud diventa la soluzione principe di archiviazione dei dati”.

Gli analytics invece permettono di non limitarsi alle statistiche, ma a consultare un servizio predictive disponibile su tutte le famiglie di prodotti per migliorare qualcosa all’interno della soluzione e verificare le performance che possono essere migliorate.

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Agricoltura digitale, il Crea sviluppa la filiera in cloud

01net - 23 maggio, 2018 - 09:23

Il Crea, Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (ente vigilato dal Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) ha adottato strumenti Microsoft in azioni di ricerca volte al miglioramento della qualità nei settori agricolo, ittico, forestale e nutrizionale.

È stato sviluppato un progetto di trasformazione digitale che vede il Crea usufruire delle tecnologie Microsoft per ottimizzare i propri processi interni e per offrire supporto tecnologico alle proprie strutture scientifiche.

Con il cloud sarà possibile facilitare la collaborazione tra i team di ricerca, beneficiare di infrastrutture sicure e sviluppare applicazioni intelligenti. In particolare la piattaforma cloud Microsoft Azure supporterà il progetto di Agricoltura Digitale AgriDigit finanziato dal MiPAAF, che nei prossimi mesi studierà e svilupperà tecnologie utili in agricoltura e sistemi di supporto alle decisioni e alla certificazione dei prodotti.

Grazie alla potenza di calcolo di Azure e alle funzionalità di Internet of Things, Machine Learning e Artificial Intelligence integrate nella piattaforma cloud sarà possibile accelerare la ricerca agroalimentare e ambientale, abilitando l’analisi di enormi quantità di dati eterogenei in tempo reale e la realizzazione di modelli predittivi sempre più accurati.

Grazie agli strumenti di blockchain accessibili attraverso il cloud di Azure, sarà possibile sviluppare processi di certificazione dei prodotti offrendo maggiori garanzie sulla storia degli alimenti, dalla raccolta delle materie prime al flusso tra gli operatori della filiera, fino all’approdo al consumatore finale.

Le nuove tecnologie potranno quindi rappresentare un elemento strategico per le filiere agroalimentari italiane, da un lato per difendere la produzione dalla variabilità climatica intervenendo tempestivamente per gestire i fattori produttivi, contenere i costi e minimizzare il rischio produttivo e ambientale, dall’altro per garantire la sicurezza del Made-in-Italy e tutelare le specificità territoriali dalla concorrenza illecita con prodotti contraffatti.

CREA potrà orchestrare i propri processi multidisciplinari beneficiando dei moduli ERP della piattaforma Dynamics 365 e gli oltre 1.600 dipendenti e i 12 centri di ricerca potranno collaborare più facilmente grazie a una suite per la produttività cloud, condividendo così competenze che spaziano dalla genomica, all’agroecolologia, dalla salute delle piante alla fertilità dei suoli, dagli allevamenti all’industria agroalimentare.

Inoltre CREA ha scelto di puntare sul cloud di Microsoft anche in virtù dell’interoperabilità, che consente di preservare gli investimenti tecnologici preesistenti, di sviluppare in ambienti diversi, anche open-source, e di rilasciare applicativi compatibili con molteplici piattaforme.

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GDPR, perchè alle imprese serve ancora chiarezza

01net - 23 maggio, 2018 - 09:16

Il 25 maggio sarà pienamente operativa la normativa GDPR, però mentre alle imprese si chiede di essere a norma, il governo uscente non è riuscito a varare quel decreto legislativo a cui sarebbe spettato chiarire definitivamente il quadro normativo.

Varato in prima lettura il 21 marzo, il decreto non ha più avuto la sua versione definitiva.

Anche per questo motivo le imprese tramite Confindustria, Abi, Ania, Assonime e Confcommercio hanno inviato due lettere, al governo e al garante, dove, oltre a chiede il varo del decreto, si chiede di tradurre in pratica l’impegno formale del Garante che ha parlato di un “equilibrato e pragmatico” nella prima fase di attuazione della nuova normativa.

Certezze applicative per il Gdpr

Le missive chiedono “le necessarie certezze applicative” e sottolineano “La preoccupazione del mondo produttivo” per il nuovo Regolamento Ue sulla protezione dei dati personali.

Nonostante la sua “imminente operatività”, si lamentano le imprese, il quadro normativo al quale si dovrà fare riferimento è ancora caratterizzato da “incertezze” a causa soprattutto del “notevole ritardo registrato nell’attuazione della delega per l’adeguamento della disciplina nazionale”. Il termine per approvare il decreto che dovrà integrare le regole europee nel sistema italiano è, infatti, il 21 maggio.

Ma a pochi giorni dalla scadenza il testo non è stato ancora ufficializzato.

In pratica gli operatori hanno davanti a loro un perimetro di regole non definito tanto da non potere rispondere ad alcune domande. La stessa incertezza ricorre nei corsi per gli operatori che si sono svolto lungo la Penisola dove alcune questioni rimangono inevase.

Le difficoltà sono accentuate “dall’ampiezza dell’intervento del Regolamento, che modifica radicalmente l’approccio richiesto ai titolari di trattamenti di dati personali”.

I dubbi rallentano le attività di compliance, già parecchio articolate, “con il rischio molto concreto di arrivare al prossimo 25 maggio senza averle ultimate o, comunque, senza avere le necessarie certezze applicative”.

Per questo le aziende chiedono al governo di velocizzare l’iter di attuazione per permettere a tutti di adeguarsi alla nuova disciplina, mentre al garante si chiede di tradurre in fatti concreti quell’approccio “equilibrato e pragmatico” che l’Autorità intende adottare nell’accompagnare le imprese italiane in questa fase di transizione.

Le associazioni chiedono “un impegno formale, volto a improntare a criteri di gradualità e progressività l’esercizio del potere sanzionatorio e i controlli che l’Autorità svolgerà sull’osservanza di nuovi adempimenti”.

 

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Sky sul digitale terrestre parte il 5 giugno

01net - 23 maggio, 2018 - 08:39

Come da copione, dal 5 giugno arriva Sky sul digitale terrestre. Sfruttando le frequenze di Mediaset Premium, la piattaforma satellitare diventa visibile quindi anche sui Tv non collegati all’impianto satellitare.

Più in dettaglio, saranno proposti alcuni canali Sky, che, assieme a una selezione di canali Premium di Medaset, daranno vista a una nuova offerta. Il costo dell’abbonamento sarà 19,90 euro al mese fino alla fine di giugno e poi salirà a 29,90 euro al mese.

Il dettaglio dei canali

I canali che Sky propone per la nuova offerta sono Sky Uno, Sky Atlantic, Fox, National Geographic, Sky TG24, Sky Sport 1, Sky Sport 1 HD e Sky Sport 24. Da Mediaset arrivano Premium Action, Premium Cinema, Premium Joi, Premium Stories, Premium Cinema, Premium Cinema Energy, Premium Cinema Emotion e Premium Cinema Comedy.

Un’offerta, che, se si considerano i contenuti, rappresenta una selezione piuttosto accattivante. Sky sul sito di presentazione enfatizza infatti la possibilità di vedere programmi come Champions League, Europa League, Premier League, MotoGP e F1, Wimbledon, X-Factor, MasterChef Italia, 4 ristoranti, Gomorra La Serie, Il Trono di Spade, The Walking Dead, House of Cards e Il Miracolo. Ma, come si può notare, se si eccettua Sky Sport 1, nessun altro canale è per il momento in HD.

I dettagli su come potersi abbonare non sono ancora disponibili. Lo saranno a breve.

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Il GDPR è un punto di svolta per il business delle Pmi

01net - 23 maggio, 2018 - 08:22

Il Regolamento Europeo 2016/679 sulla Protezione dei dati personali, GDPR, introduce nell’ordinamento italiano nuovi e stringenti principi a garanzia della sicurezza e della protezione dei dati gestiti anche attraverso procedure software.

In particolare, tutti i titolari dei trattamenti di dati personali (imprese, studi, associazioni, pubbliche amministrazioni) dovranno dotarsi di strumenti che rispettino i principi di privacy by design e privacy by default.

L’intento della Privacy by design è di tutelare il dato aziendale relativo a informazioni personali sin dalla progettazione di sistemi informatici che ne prevedano l’utilizzo.

La Privacy by default intende sottolineare la necessità della tutela della vita privata dei cittadini come impostazione predefinita, “di default” appunto.

Fulvio Talucci, TeamSystem

Per Fulvio Talucci, Chief Solutions Officer di TeamSystem, questo scenario apre due fronti per le aziende che operano sul mercato.

Il primo, di carattere tecnico, impone un confronto con il proprio partner tecnologico per verificare ed eventualmente adeguare le applicazioni utilizzate affinché siano conformi con le nuove normative.

Nel caso di un sito e-commerce, ad esempio, la tracciatura degli accessi; nel caso di un CRM invece, il consenso all’utilizzo dei dati personali di un soggetto registrato.

«Noi di TeamSystem – spiega Talucci – abbiamo già adeguato i nostri applicativi alla nuova normativa e abbiamo riscontrato notevole interesse e fermento in quanto molte aziende stanno già provvedendo a scaricare gli aggiornamenti software, oltre ad aver partecipato agli eventi informativi che abbiamo organizzato».

La necessità di un adeguamento tecnico coinvolge in modo più o meno esplicito anche i sistemi di sicurezza aziendali considerati “tradizionali”, come firewall, antivirus ecc. che ormai sono prerequisito di qualsiasi sistema informativo ma che il GDPR richiede siano gestiti ancor più accuratamente rispetto al passato.

Il secondo fronte impatta sui processi e l’organizzazione perché rende necessario innanzitutto l’individuazione del Data Protection Officer, quella figura che prenda sotto controllo tutta la tematica del trattamento dei dati e della sicurezza; assieme a lui poi devono essere svolte queste attività:

  • Effettuare l’analisi dei rischi per valutarne l’impatto sulla protezione dei dati
  • Definire le misure di sicurezza da implementare
  • Gestire gli obblighi verso il Garante della Privacy, nel caso in cui si verifichino delle violazioni di dati, denominate Data Breach.

Ecco perché per Talucci «le Pmi devono vedere il GDPR come un’opportunità per la creazione di un rapporto fiduciario tra realtà imprenditoriali e consumatori, troppo spesso caratterizzato da sospetti e ambiguità. Le aziende che si occupano della raccolta dei dati relativi agli utenti si trasformano in custodi del patrimonio informativo, arricchendo così questo rapporto.

«Avendo un nostro strumento per la gestione dei processi per ottemperare alla normativa GDPR – dice Talucci – abbiamo verificato come le aziende comincino ad affrontare anche questi aspetti; in parte gestendoli all’interno della propria organizzazione e in parte affidandosi a realtà esterne per l’attività di custodia dei dati».

Più in particolare, sipiega «abbiamo lanciato Agyo Privacy, la soluzione cloud che permette alle Aziende, ai Professionisti e agli Enti pubblici di adeguarsi in modo semplice ed efficace al nuovo Regolamento Europeo sulla Privacy 2016/679. Il software, completamente cloud, permette una gestione intuitiva dell’anagrafica del Titolare del Trattamento e degli altri ruoli, lascia completa libertà di gestire i trattamenti più complessi descrivendoli in termini di finalità, categorie di dati, durata, modalità di raccolta, trasferimenti, fornisce gli strumenti per la creazione e la gestione dei documenti previsti dal Regolamento Europeo 2016/679 e contiene lo strumento di analisi dei rischi».

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Fintech, Mastercard lancia il programma Accelerate

01net - 23 maggio, 2018 - 08:14

Mastercard ha lanciato Accelerate, un nuovo programma per supportare la crescita delle Fintech su scala industriale.

L’iniziativa è stata progettata per supportare i progetti fintech nascenti dei player del settore, con accordi dedicati, che prevedono accesso di informazioni, strumenti, tecnologie e investimenti per supportare l’innovazione.

Insieme al già conosciuto Start Path, il nuovo programma Accelerate andrà ad ampliare e consolidare l’impegno dell’azienda a favore delle Fintech e delle banche digitali di nuova generazione.

Tra gli strumenti messi a disposizione delle Fintech, anche un team di specialisti Mastercard dedicati, che supporteranno l’espansione nel mercato dei nuovi player e favoriranno la trasmissione di una serie di competenze che facilitino la crescita sul mercato e la possibilità di accedere a tecnologie e processi.

Tra queste risorse Mastercard Advisors fornirà un supporto per l’implementazione locale dei progetti, e fornirà anche l’accesso a dati e analytics.

Il programma fornirà infine anche risorse locali per guidare gli investimenti strategici e supportare i primi step dei nuovi attori nel mercato.

L’impegno di Mastercard per le Fintech esiste da molti anni, con progetti di partnership pioneristici che hanno contribuito alla crescita di brand globali.

A oggi Mastercard supporta oltre 30 banche digitali ed emergenti in Europa.

Come dimostrano gli studi Mastercard, i consumatori si affidano sempre di più al digital banking e accrescono le loro aspettative.

Le opportunità di mercato per le più ambiziose banche digitali e FinTech sono ben chiare e Mastercard è pronta a fornire il suo supporto.

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Pmi, aumentano i fondi per la digitalizzazione

01net - 23 maggio, 2018 - 08:07

In uno degli ultimi provvedimenti presi come ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha disposto con decreto l’integrazione della dotazione finanziaria dei Voucher per la digitalizzazione delle Pmi per 242,5 milioni di euro.

Le risorse complessivamente disponibili per la concessione del contributo salgono, così, a 342,5 milioni di euro.

La decisione è stata presa, a fronte di oltre 90.000 domande presentate, per evitare che il riparto delle risorse stanziate all’origine (100 milioni di euro per l’intero territorio nazionale) sia sensibilmente inferiore a quello richiesto dalla singola impresa.

Nei prossimi giorni verrà comunicato anche l’importo del Voucher concedibile a ciascuna impresa per la realizzazione dei progetti di digitalizzazione e di ammodernamento tecnologico proposti.

Sempre Calenda ha disposto con decreto un ulteriore finanziamento dei Voucher per l’internazionalizzazione delle Pmi pari a 10 milioni di euro. Le risorse stanziate complessivamente ammontano, così, a circa 46 milioni di euro.

La decisione del Ministro uscente risponde al successo ottenuto dalla misura che ha visto oltre 5.000 domande presentate dalle imprese intenzionate ad avvalersi di Temporary Export Manager.

L’ulteriore iniezione di risorse consentirà di aumentare sensibilmente il numero dei soggetti beneficiari del Voucher e di raggiungere l’obiettivo strategico di incrementare il numero di aziende italiane stabilmente esportatrici.

 

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Stampa 3D e immersive computing, l’innovazione secondo HP

01net - 23 maggio, 2018 - 07:36

Il secondo Innovation Summit annuale per l’area Emea di HP, in corso di svolgimento a Barcellona, è dedicato a stampa 3D e immersive computing, due aree di importanza critica, in grado, secondo la società, di ridefinire il mondo.

La società pone l’accento sul ruolo della stampa 3D come catalizzatore per la quarta rivoluzione industriale, oltre che sugli elementi pratici di cui sarà necessario l’allineamento per consentire alla tecnologia di rivoluzionare il settore manifatturiero globale.

HP prende anche in considerazione l’impatto futuro di queste tecnologie sulle imprese, le persone, la società e il pianeta, illustrando come ogni progresso tecnologico dovrà essere incentrato su quattro trend che stanno plasmando il mondo: urbanizzazione rapida, cambiamento demografico, accelerazione dell’innovazione e iperglobalizzazione.

Durante l’Innovation Summit di Barcellona HP ha inoltre annunciato nuove installazioni delle stampanti 3D HP Jet Fusion da parte di aziende innovative nel settore della produzione digitale come Protolabs, Materialise e ZiggZagg.

Per aiutare le imprese di tutto il mondo a sfruttare le tecnologie digitali per la quarta rivoluzione industriale, HP ha anche presentato la sua collaborazione con IAM (International Additive Manufacturing) 3D Hub ed evidenziato numerose applicazioni della stampa 3D.

Tra queste spiccano i nuovi elmi leggeri per le Guardia Svizzere del Vaticano, merchandising per PepsiCo, componenti per auto da corsa ad alte prestazioni, macchinari industriali utilizzati nella costruzione di grattacieli e dispositivi per migliorare la qualità della vita dei pazienti, per fare solo alcuni esempi.

Riguardo l’immersive computing, mercato per il quale HP propone varie soluzioni di realtà virtuale e aumentata, Superfeet e Brooks dimostrano a Barcellona come stanno sviluppando prodotti personalizzati attraverso una combinazione di tecnologie di scansione e stampa 3D.

Le aziende operano entrambe nello spazio delle calzature sportive e, grazie ai progressi del computing immersivo, ora possono realizzare scarpe da corsa su misura per i singoli corridori che utilizzano HP FitStation.

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Smartworking, Regione Emilia Romagna si mette su cloud

01net - 22 maggio, 2018 - 10:26

Regione Emilia Romagna collabora con Microsoft per un nuovo progetto di smartworking: grazie al cloud di Microsoft, gli oltre 4.000 collaboratori adotteranno un modo di lavorare più flessibile e collaborativo.

Così l’amministrazione della regione intende ottimizzare la produttività, razionalizzare le risorse e migliorare la motivazione dei dipendenti pubblici attraverso una più equilibrata conciliazione vita-lavoro.

Il fine di questo progetto, che a partire dallo smartworking mette in moto una rivoluzione organizzativa, è di arrivare a migliorare il servizio e la relazione con i 4.500.000 abitanti del territorio.

Il nuovo progetto di smartworking capitalizza la precedente esperienza di telelavoro, che attualmente coinvolge più di 500 dipendenti, ma intende andare oltre, per introdurre una modalità di lavoro realmente agile a vantaggio di tutto coloro che, su base volontaria e in accordo con il proprio responsabile, vorranno sperimentare il nuovo modello.

Portatile, smartphone e Office 365

A ciascun dipendente che aderisce al progetto viene consegnata, quindi, una dotazione tecnologica di base: un portatile e uno smartphone dotati della suite di produttività cloud Office 365 che include il servizio di comunicazione integrata Skype for Business, fruibili anche come app sul proprio smartphone per garantire un’esperienza lavorativa invariata.

Così il lavoratore della Regione può accedere a qualsiasi applicativo e al patrimonio informativo regionale anche in mobilità, comunicare attraverso messaggistica istantanea e conferenze virtuali, collaborare da remoto sullo stesso documento e condividere via cloud materiali e informazioni utili.

Il cloud è la colonna portante dell’intero progetto, poiché garantisce un’infrastruttura IT flessibile e raggiungibile da qualsiasi luogo. Contestualmente è prevista la completa virtualizzazione dei centralini telefonici, che permette ai dipendenti di essere raggiungibili attraverso PC e smartphone, indipendentemente dalla dislocazione fisica.

Altro elemento chiave del progetto è la social collaboration, per cui l’Amministrazione Regionale ha avviato una completa revisione dei servizi applicativi con l’obiettivo di superare i silos e consentire agli utenti di accedere alle singole funzionalità partendo dall’interfaccia unica di digital workplace.

Il progetto di smartworking si riflette anche in una più flessibile organizzazione degli spazi di lavoro, dal momento che i dipendenti pubblici rinunciano alla rigidità abituale di una scrivania fissa e nelle giornate di lavoro agile sono operativi da spazi di co-working o da spazi privati, mentre nelle giornate di lavoro in sede collaborano in spazi più fluidi come open-space e sale riunioni senza l’assegnazione di un ufficio ad hoc.

Il vantaggio è di poter collaborare e condividere informazioni senza soluzione di continuità a prescindere dalla collocazione fisica e in linea con le proprie priorità professionali e personali. Ovviamente è garantito anche il diritto alla disconnessione, grazie alla gestione semplificata del proprio “stato di presenza” sulla piattaforma attraverso Skype for Business.

Il progetto partirà il 4 giugno, coinvolgerà circa 100 collaboratori di Regione Emilia Romagna e prevede una prima fase, sperimentale, della durata di 6 mesi, al termine della quale potranno essere tratte le conclusioni sulla possibilità di una messa a regime.

L’aspettativa, secondo il Direttore Francesco Frieri, promotore dell’iniziativa di Regione Emilia Romagna, è che l’adozione dello smartworking possa contribuire alla valorizzazione delle risorse umane e di conseguenza a una maggiore produttività, intesa come incremento della quantità e qualità dei servizi ed una razionalizzazione dei costi attraverso una migliore gestione di spazi e dotazioni tecnologiche. In generale i dipendenti possono beneficiare di un miglior work-life balance e sono più motivati nel raggiungere i propri obiettivi professionali, innescando un processo di cambiamento organizzativo sempre più focalizzato sui contenuti dell’attività piuttosto che sugli orari, alzando così l’asticella del servizio pubblico.

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Content marketing, Coobis semplifica la gestione

01net - 22 maggio, 2018 - 10:06

Per il marketing digitale il content è fondamentale. Forte di questa considerazione Antevenio, dopo l’acquisizione della piattaforma Coobis, cerca di allargare il raggio d’azione del suo business al mondo del content marketing.

Specializzato da sempre nell’email marketing, nella creazione di progetti digitali, e con una visione di approccio integrato al marketing che si basa su branding, performance e loyalty, il gruppo fondato da Josuah Novick e guidato in Italia da Massimo Martini, dopo il successo spagnolo, propone anche in Italia Coobis, la piattaforma di content marketing che connette editori e aziende per realizzare e gestire le campagne di comunicazione.

Joshua Novick, ceo di Antevenio

Circa diecimila sono gli editori (che possono anche essere youtuber, instagrammer o blogger) iscritti alla piattaforma alla quale devono comunicare i propri analytic. Di fronte ci sono circa seimila inserzionisti a caccia di contenuti che possono essere ospitati sul sito dell’editore o spalmati sui social.

Agli editori l’utilizzo della piattaforma permette di diversificare le fonti di entrata con contenuti sponsorizzati. Come spiega Novick, in Spagna, “se l’editore è un blogger i guadagni di Coobis rappresentano una parte molto importante del fatturato, ma per editori più strutturati si può arrivare al 15-20% delle entrate”.

Massimo Martini, country manager italiano di Antevenio 15% gli editori italiani

Adatta soprattutto ai piccoli editori (il 15% circa sono in lingua italiana), la piattaforma permette di gestire in modo semplice un lavoro che prima era artigianale.

Gli editori clienti di Coobis, dopo avere fornito alla piattaforma l’account di Google analytics, ricevono il prezzo dei loro contenuti calcolati da un algoritmo che può essere modificato tramite uno sconto.

Oppure, aggiunge Novick, “se il prezzo dei redazionali del cliente è superiore c’è un bottone dove si può mettere un prezzo diverso rispetto a quello della piattaforma”.

L’azienda sceglie anche il tipo di prestazione che può essere solo un articolo, oppure solo la pubblicazione, la menzione su Twitter, un post su Facebook o un video e tramite filtri sceglie gli editori che corrispondono alle sue caratteristiche. Quando viene effettuata la scelta dell’editore vengono definite tempistiche e caratteristiche del lavoro ed  effettuato online il pagamento che spesso, aggiunge il fondatore, “è disponibile agli editori nel giro di sette giorni”.

Coobis permette di filtrare gli editori per affinare la selezione secondo parametri prestabiliti, tra cui numero di lettori, visite, autorità Seo, follower, paese di provenienza, tematica. Oltre alle metriche esterne, Coobis dispone di un proprio sistema di valutazione per aiutare a scegliere i migliori editori e consente alle aziende di definire un elenco dettagliato dei requisiti come briefing per ogni campagna di Content Marketing.

Inoltre, i brand potranno visualizzare l’andamento della campagna in tempo reale sulla dashboard, ottenendone misurazione e risultati. Oltre alle entrate agli editori la piattaforma permette di avere tutte le risorse web e social network in un’unica dashboard.

Per gli editori c’è la massima libertà di scegliere a quali campagne aderire in base al proprio profilo e alla propria linea editoriale. E grazie alla classificazione per tematica, gli ordini che l’editore riceverà saranno in linea con i temi di cui si occupa.

 

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Adobe compra Magento per 1,68 miliardi di dollari

01net - 22 maggio, 2018 - 10:04

Adobe ha annunciato di aver siglato un accordo definitivo per l’acquisizione di Magento Commerce per 1,68 miliardi di dollari.

La piattaforma di Magento riunisce ecommerce, gestione degli ordini e intelligenza predittiva in una piattaforma commerciale unificata per abilitare esperienze di shopping in una vasta gamma di settori.

Magento Commerce Cloud sarà integrato in Adobe Experience Cloud, per offrire un’unica piattaforma per servire clienti sia B2B sia B2C a livello globale.

Magento sarà l’innesco dell’abilitazione al commercio digitale da parte di Adobe Experience Cloud e l’orchestrazione degli ordini per i beni fisici e digitali in una vasta gamma di settori, compresi i beni di consumo, lil retail, la distribuzione, il manifatturiero e il settore pubblico.

La piattaforma Magento è basata su una tecnologia collaudata e scalabile supportata da una comunità di oltre 300.000 sviluppatori.

L’ecosistema di partner Magento fornisce migliaia di estensioni predefinite, tra cui pagamento, spedizione, tasse e logistica.

Questo livello di flessibilità offre alle aziende la possibilità di accelerare rapidamente e iterare le loro capacità di commercio per le loro esigenze di business uniche.

I clienti attuali di Magento includono marchi come Canon, Helly Hansen, Paul Smith e Rosetta Stone. Adobe e Magento condividono clienti comuni tra cui Coca-Cola, Warner Music Group, Nestlé e Cathay Pacific.

Al termine della transazione il Ceo di Magento, Mark Lavelle, continuerà a guidare il team di Magento come parte del business di Adobe Digital Experience, riportando al vicepresidente esecutivo e direttore generale Brad Rencher.

La transazione, che dovrebbe concludersi durante il terzo trimestre dell’anno fiscale 2018 di Adobe, è soggetta all’approvazione normativa e alle consuete condizioni di chiusura.

Fino alla chiusura della transazione, ciascuna società continuerà a operare in modo indipendente.

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In sanità e hi-tech le supply chain più innovative al mondo

01net - 22 maggio, 2018 - 10:01

Sanità, high tech, prodotti di consumo sono le categorie utilizzate da Gartner per assegnare i premi Supply Chainnovator 2018, i riconoscimenti vogliono mettere in rilievo le iniziative non convenzionali, innovative e ad alto impatto della supply chain.

Nella catena di approvvigionamento del settore sanitario Advocate Health Care ha vinto il premio per la sua supply chain e la collaborazione clinica con Abbott per affrontare il problema della malnutrizione dei pazienti.

Le conseguenze in termini di costi della malnutrizione ospedaliera sono state una delle principali preoccupazioni per decenni e l’intervento nutrizionale è stato trascurato come strategia per ridurre le riammissioni e la durata dei ricoveri.

Advocate e Abbott hanno collaborato per determinare se lo screening dei pazienti e la somministrazione di integratori durante il ricovero ridurrebbe le riammissioni. Per accelerare l’erogazione automatica degli integratori alimentari sono state introdotte tecnologie informatiche nelle cartelle cliniche elettroniche.

Un algoritmo ha determinato il tipo di Ons (Oral nutritional supplements) da somministrare in base alla dieta del paziente e allo screening della malnutrizione. La partnership ha ottenuto risultati significativi: i tassi di riammissione di 30 giorni sono stati ridotti del 29%, la durata delle degenze ospedaliere del 26% e l’analisi dei costi ha evidenziato risparmi di oltre 3.800 dollari per paziente trattato nell’arco di sei mesi.

Johnson & Johnson. Ha vinto nel 2018 il premio Healthcare Manufacturers, Distributors, and Retailers Supply Chainnovator per il suo Centro di eccellenza per la Stampa 3D (Coe). Il Coe, lanciato nel 2015, è composto da circa 25 persone a tempo pieno, all’inizio per lo più tecnici. Nel tempo si è esteso fino a includere ruoli di sviluppo del business che si collegano con le organizzazioni commerciali e di R&S in ogni business unit. A oggi, il Coe ha lanciato 12 prodotti e processi in tutte le categorie di impianti e strumenti, con altri 18 in fase di sviluppo. Questi prodotti hanno riguardato i dispositivi medici (come gli impianti ortopedici e le gabbie di ricostruzione) e la salute dei consumatori (ottimizzazione della catena di approvvigionamento dei flaconi di Listerina).

Il Coe ha permesso un più rapido sviluppo dei prodotti, la capacità di sviluppare soluzioni personalizzate e su richiesta per la salute, efficienza produttiva, progetti innovativi e una riduzione complessiva dei costi della supply chain grazie alla riduzione delle scorte di magazzino.

Flex. Una società di soluzioni per la supply chain end-to-end che fornisce funzionalità di progettazione, engineering, logistica e servizi post-vendita per oltre 1.000 catene di fornitura in 18 settori diversi, è stata riconosciuta per la sua piattaforma Intelligent Supply Chain che consente una visibilità quasi in tempo reale e accelera la sua capacità di rispondere agli eventi della supply chain attraverso la sua rete. La piattaforma Intelligent Supply Chain ha trasformato la cultura e il modo di operare di Flex sostituendo i feed di dati frammentati – che hanno rallentato il processo decisionale – con dati sincronizzati in tempo quasi reale. L’aumento della velocità ha inoltre ridotto i costi, accelerato il capitale circolante, ridotto i tempi di consegna e migliorato la soddisfazione dei clienti. Ad oggi, la piattaforma Intelligent Supply Chain di Flex ha generato centinaia di milioni in free cash flow, pagandosi da sola entro 90 giorni dal lancio.

Intel. Tradizionalmente vocata alla produzione interna, Intel ora sfrutta un modello di produzione ibrido che integra risorse di produzione interne ed esterne. Per realizzare il suo obiettivo di gestire efficacemente questa supply chain ibrida, la società ha introdotto un nuovo approccio per combinare domanda, offerta e approvvigionamento creando un sistema configurabile e integrato per la pianificazione e l’ottimizzazione del suo portafoglio diversificato di prodotti e siti di produzione.

Intel stima il valore del suo nuovo sistema di pianificazione in molti modi – dai benefici della semplificazione dei processi alla sua capacità di velocizzare e migliorare il processo decisionale. Per i prodotti pianificati e acquistati utilizzando questo strumento, Intel riporta un impatto positivo di 100 milioni di dollari sul margine lordo, sulla riduzione dei costi e sull’ottimizzazione delle risorse. Attraverso l’attenzione del team per lo sviluppo di uno strumento con la flessibilità necessaria per soddisfare le esigenze di ogni singola azienda, il team ha implementato un sistema con la capacità di sostituire i processi unici di pianificazione e approvvigionamento che erano stati precedentemente eseguiti da più strumenti, tra cui e-mail e fogli di calcolo.

Brightstar. Ha vinto per la sua iniziativa di supply chain economica circolare che permette all’azienda di trasformare i vecchi dispositivi mobili in un nuovo e redditizio flusso di entrate. Per raggiungere questo obiettivo, Brightstar si avvale di una rete di rivenditori di telecomunicazioni per riacquistare i dispositivi usati. Questi sono poi rapidamente valutati ed elaborati utilizzando una combinazione di robotica, machine learning e intelligenza artificiale.

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Unilever in vetta alla supply chain con la digitalizzazione

01net - 22 maggio, 2018 - 09:04

Prima Unilever, seconda Inditex (Zara), terza Cisco. È la classifica di Gartner sulle aziende leader della supply chain. “La classifica – ha spiegato Stan Aronow, vicepresidente della ricerca di Gartner – è composta da un gruppo di leader con preziose lezioni da condividere, tra cui tre nuovi partecipanti provenienti dai settori delle scienze della vita, della vendita al dettaglio e dei prodotti di consumo”.

L’importanza della digitalizzazione per la supply chain

Guardando al 2017, abbiamo vissuto un anno di sana crescita – ha proseguito Aronow -. Ora, nel 2018, il protezionismo si sta diffondendo in risposta alle iniziative annunciate dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, tra gli altri. Ciò ha indotto molte organizzazioni a rivalutare la strategia di localizzazione delle loro reti di approvvigionamento. Vediamo anche una forte crescita che limita l’offerta disponibile in molte aree geografiche, aumentando il costo della logistica e della manodopera. Le filiere più avanzate stanno gestendo in modo proattivo questi rischi e continuano a registrare buone performance“.

Unilever è il terzo anno di seguito che ottiene il primo posto. Altre curiosità riguardano il rientro in classifica dopo tre anni di pausa di Home Depot, mentre Novo Nordisk e Adidas sono entrati per la prima volta nella Top 25 della Supply Chain. Colgate Palmolive, Intel, Nike, Nestlé, Pepsico, H&M e Starbucks, chiudono i primi dieci posti della classifica.

Unilever ha un marchio forte nella catena di fornitura, che si riflette nel suo punteggio di primo livello nei sondaggi di opinione. Ha ricevuto anche un 10 perfetto per la responsabilità sociale delle imprese. Il leader olandese dei prodotti di consumo – è sempre l’opinione di Aronow – sta scommettendo sulla digitalizzazione della sua catena di fornitura. Un’iniziativa chiave è l’automazione di processo robotizzata che supporta il processo order-to-cash, gestito dai suoi centri di controllo di servizio regionali. I suoi oltre 20 bot hanno già automatizzato centinaia di processi, con una tabella di marcia per centinaia di altri“.

Nella categoria Master, introdotta da Gartner nel 2015 per riconoscere una leadership sostenuta negli ultimi 10 anni, è presente anche McDonald’s la cui chiave del successo, aggiunge il manager della società di ricerca, “risiede in un’abile orchestrazione attraverso una rete di fornitori strategici, di servizi e migliaia di aziende e negozi in franchising in tutto il mondo“, ha detto Aronow. “L’azienda sta anche sperimentando funzionalità di supply chain digitale come la realtà aumentata per gestire i magazzini, in modo che il personale possa trascorrere più tempo con il cliente“.

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Ambiente IT ibrido e multicloud per le aziende europee

01net - 22 maggio, 2018 - 08:02

Secondo IDC il trend di adozione di un ambiente IT ibrido, fatto di tecnologie e servizi on-premise, legacy e cloud, e multicloud, cioè fatto di cloud diversi di più fornitori, è destinato ad accelerare notevolmente anche in Europa.

Al momento il 30% circa delle aziende europee ha in essere un ambiente IT ibrido, di cui poco meno di un terzo, il 9% del totale, multicloud ready. Ed entro il 2019 un altro 30% di imprese europee adotterà una di queste due opzioni.

Teoricamente tutte le aziende europee possono nel giro di pochi anni arrivare a utilizzare servizi IT ibridi. Per farlo, è però necessario un approccio più strategico ai processi e all’architettura dei data center, e soprattutto nuove capacità e competenze per garantire la portabilità delle applicazioni, l’ottimizzazione dei workload e la gestione dei dati attraverso ambienti cloud e non cloud.

Proprio la gestione dei dati in ambienti IT ibridi, con ciò intendendo soprattutto le attività di protezione, sicurezza e compliance, di integrazione e migrazione, di governance e orchestrazione, sta trasformandosi nella principale criticità per gran parte delle aziende.

La crescita dei dati (IoT, device mobili, utenti digitali), la proliferazione dei tipi (da non strutturati a strutturati), la diversificazione dei repository (cloud, data center), le nuove normative (GDPR) e infine la necessità di trasformare il dato grezzo in informazione e quindi in leva competitiva e decisionale, tutto questo sta ponendo sotto enorme pressione i CIO, chiamati nel contempo a ottimizzare i costi del cloud e a rendere i processi più agili.

Stando a una recente indagine condotta da IDC in Europa, il 49% delle aziende cita la protezione dei dati (backup, recovery e business continuity) al primo posto tra le principali sfide che dovranno essere affrontate nei prossimi 12-18 mesi nel percorso di migrazione ad ambienti IT ibridi e multicloud. Al secondo posto, per il 43% delle imprese, ci sono la sicurezza e la compliance.

Come sottolinea Sergio Patano, senior research & consulting manager di IDC Italia, “La trasformazione digitale sta avendo un profondo impatto sulle priorità dei CIO anche in tema di data center operation, forzandoli a passare da un approccio fortemente focalizzato sul controllo dei costi a un approccio orientato al miglioramento di sicurezza e compliance da un lato e delle capability di DR/high-availability dall’altro. Obiettivo principale è quello di creare un ambiente IT agile, flessibile, scalabile e soprattutto ‘up&running 7X24’, in grado di supportare e indirizzare un business sempre più esigente in termini di time-to-market”.

Per parlare di questa duplice sfida e soprattutto di come affrontarla è l’obiettivo di un nuovo roadshow organizzato da Aruba in collaborazione con IDC. Dal titolo Non solo cloud – L’infrastruttura del futuro sarà un mix unico di traditional e digital: scalabile, flessibile e sicura, il roadshow toccherà l’intero territorio in 3 tappe: il 19 giugno a Bari, il 26 giugno a Firenze, e il 25 settembre a Torino.

L’incontro sarà l’occasione per i CIO italiani di un confronto diretto su tre temi: la protezione dei dati (backup e disaster recovery) nei nuovi ambienti ibridi; la gestione del legacy nell’era cloud; come realizzare un hybrid IT che si adatti alle esigenze aziendali.

“La protezione dei dati è certamente il tema più discusso in questo 2018, segnato da un’impennata nella richiesta di soluzioni di disaster recovery, business continuity e backup”, aggiunge Stefano Sordi, CMO di Aruba. “Merito anche del GDPR, che pone questioni molto rilevanti in termini di protezione del dato, non solo in termini di tutela della privacy ma anche al fine di evitarne la perdita, garantirne la disponibilità in qualsiasi momento, la portabilità e la localizzazione.  La legge rappresenta un grande passo avanti, perché la Comunità Europea è stata davvero pioniera sul tema del trattamento dei dati personali, stabilendo dei principi fondamentali per l’identità delle persone”.

SCARICA IL WHITE PAPER DI ARUBA SULLA SCELTA DEL DATACENTER

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AOC, display USB portatile per il lavoro

01net - 22 maggio, 2018 - 07:56

Da AOC arriva un nuovo display portatile dedicato a chi si sposta di frequente per lavoro: il modello I1601FWUX.

Si tratta di un monitor che offre la connettività USB-C e progettato per agevolarne il trasporto. Il nuovo display USB si basa su un pannello IPS da 15,6″ (39,6 cm) con risoluzione da 1920 x 1080 pixel. Il monitor è abbinato a una smart cover che protegge il display quando non serve o durante il trasporto. Durante l’utilizzo, la stessa smart cover può essere usata come supporto sia in modalità orizzontale che verticale. Un po’ come siamo soliti fare con i nostri iPad.

AOC I1601FWUX: il display USB facile da trasportare

Non c’è solo la smart cover a supportare l’impiego del nuovo display AOC in situazioni spesso on-the-road. Il monitor è compatto e leggero: pesa circa 800 grammi e misura 8,5 mm di spessore. Rende dunque agevole l’inserimento e il trasporto in una borsa da computer laptop. Un ulteriore elemento di compattezza e portabilità è la connessione USB Type C. Questa infatti serve per collegare sia il segnale video che l’alimentazione. La porta USB-C include dunque il segnale DisplayPort e il collegamento dell’alimentazione in un unico cavo.

Il display IPS offre un angolo di visualizzazione di 160/160° e una luminosità di 220 cd/m². Il monitor è inoltre dotato della modalità AOC Low Blue Light, che riduce le onde di luce blu. Il tempo di risposta è di 5 ms GtG.

Il nuovo AOC I1601FWUX costa 229 euro. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito del produttore.

Per un più tradizionale utilizzo desktop AOC ha di recente lanciato sia un monitor per il gaming che la nuova serie professionale.

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Attacchi via PEC, la difesa migliore è sempre il buon senso

01net - 22 maggio, 2018 - 07:28

Per la prima volta la scorsa settimana la PEC, Posta elettronica certificata, è stata coinvolta in un attacco informatico. La cosa ha fatto notizia, perché la PEC è sempre stata vista come garanzia di sicurezza. Questa caratteristica in realtà non viene messa in dubbio da quanto accaduto, perché il messaggio ricevuto via PEC non portava nessun malware in sé.

Si trattava solamente della richiesta di ricevere dati personali, con un messaggio simile a quanti da anni ne arrivano quotidianamente.

Secondo Maurizio Tondi, CTO Axitea, il fatto di arrivare via PEC può aver indotto più persone a cadere nel tranello, perché evidentemente la soglia di attenzione su questo canale, per così dire certificato, si è rivelata più bassa del solito.

In realtà, sostiene Tondi, questa operazione è solo la prova ulteriore di un trend che stiamo vedendo da tempo in tema di cybersecurity. Piuttosto che puntare su falle tecnologiche di sicurezza o sull’invio di codice maligno, i criminali vanno direttamente alla fonte, chiedendo al loro obiettivo le informazioni di cui necessitano, o di realizzare azioni specifiche, come ad esempio effettuare un pagamento non autorizzato.

Che questo tipo di attacchi possa rivelarsi davvero fruttuoso lo confermano differenti studi.

Una recente ricerca Proofpoint ha stimato in 5 miliardi di dollari il costo a carico delle organizzazioni di tutto il mondo causato da attacchi di tipo Business Email Compromise (BEC), ovvero messaggi privi di malware per ingannare i riceventi e spingerli a inviare informazioni confidenziali o addirittura denaro ai cybercriminali.

È la normale dinamica che da sempre caratterizza il mondo della sicurezza, con i criminali impegnati costantemente a cercare strumenti più efficaci, e i vendor e i service provider di sicurezza a trovare adeguate contromisure.

Il problema è che in questo caso la battaglia si gioca su un campo che non è più tecnologico. O meglio, non è più “solo” tecnologico.

I criminali puntano sulla superficialità e sulla scarsa attenzione che viene riservata dall’utente singolo a quella che ormai è un’operazione assolutamente di routine, ovvero la gestione della posta elettronica.

In questo caso, la stessa richiesta di credenziali via mail, anche via PEC, avrebbe dovuto sollevare il sospetto, cosa che in molti casi non è avvenuta, a vantaggio dei criminali.

Per Tondi esistono soluzioni tecnologiche in grado di aiutare, magari rendendo meno immediata la risposta a determinati tipi di messaggi, come pure l’invio all’esterno di informazioni definite confidenziali, ma queste operano tipicamente in ambito aziendale.

L’utente singolo deve difendersi col buon senso, prestando la giusta attenzione ai messaggi che arrivano e alle azioni che vengono richieste, senza dare per scontato che da fonti che si ritengono affidabili arrivino per forza comunicazioni autentiche.

In ambito aziendale, secondo Tondi, poi, deve crescere sempre più la consapevolezza che la sicurezza informatica dipende da tutti, e non solo dal personale dedicato. «Ogni catena è forte come il suo anello più debole, e mai come in questo caso è vero. Ogni singolo dipendente, ogni singolo utente dovrebbe essere formato a considerare la sicurezza un aspetto importante, per sé e per l’azienda che rappresenta, nella consapevolezza che ogni sua azione, anche la più abitudinaria, potrebbe avere conseguenze importanti. Mai come in questo caso vale la pena di dire che la sicurezza di un’organizzazione dipende dall’attenzione di ognuno di noi».

 

 

 

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